Scrivo in qualità di cittadina e psichiatra, insieme a tanti colleghi e a tanti cittadini, perché questa storia abbia voce e seguito: alla stampa chiedo di raccontarla, ai rappresentanti politici di agire. Riguarda il Dott. Hussam Abu Safiya, pediatra, direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Beit Lahia, detenuto da Israele dal 27 dicembre 2024 senza accusa formale e senza processo. Secondo Physicians for Human Rights – Israel, che ha diffuso un comunicato il 4 luglio 2026, la sua vita è oggi in pericolo immediato.
Riassumo i fatti, tutti documentati da fonti verificabili (PHR-Israel, Amnesty International, esperti ONU, Haaretz, Al Jazeera).
Durante l’assedio del nord di Gaza, il Dott. Abu Safiya rifiutò di evacuare l’ultimo ospedale funzionante della zona, rimanendo con i suoi pazienti. In quelle settimane suo figlio Ibrahim fu ucciso da un drone nei pressi dell’ospedale; a causa dell’assedio, il padre dovette seppellirlo in fretta accanto alla struttura, guidando lui stesso la preghiera funebre. Il 23 novembre 2024 fu ferito a una gamba. Il 27 dicembre 2024, al termine di un’operazione militare durata trenta ore durante la quale parti dell’ospedale furono incendiate, fu prelevato insieme a circa 350 persone tra personale e pazienti. L’ultima immagine pubblica lo ritrae mentre cammina in camice bianco, tra le macerie, verso i carri armati. Pochi giorni dopo, l’8 gennaio 2025, sua madre morì d’infarto senza averlo potuto rivedere.
Da allora il Dott. Abu Safiya è detenuto in base alla legge israeliana sui “combattenti illegali”, che consente la carcerazione a tempo indeterminato senza incriminazione. In diciotto mesi non è stata formulata alcuna accusa né è stato avviato un processo, e il 10 giugno 2026 la Corte Suprema ha confermato la detenzione sulla base di documentazione classificata, inaccessibile all’interessato e ai suoi difensori. Gli fu negata l’assistenza legale fino all’11 febbraio 2025.
Le condizioni di detenzione documentate configurano tortura fisica e psicologica sistematica. Il Dott. Abu Safiya ha perso circa quaranta chilogrammi, oltre un terzo del suo peso corporeo. Testimonianze convergenti di ex detenuti, raccolte e riscontrate dai suoi legali, riferiscono pestaggi ripetuti, denudamento con aggressione da parte di cani, sette giorni consecutivi incatenato mani e piedi, irruzioni notturne con granate stordenti e lacrimogeni per impedirgli il sonno, vomito incoercibile per la qualità del cibo, negazione di cure per le sue patologie croniche. Esperti ONU hanno definito le condizioni della sua detenzione manifestamente incompatibili con le Regole di Mandela. Dopo il ricorso alla Corte Suprema è stato posto in isolamento punitivo; il 24 giugno 2026 è stato trasferito nella sezione sotterranea “Rakefet” del carcere di Nitzan. Il 2 luglio il suo avvocato lo ha trovato ammanettato, con ecchimosi recenti su capo, volto, orecchie e collo, in difficoltà respiratoria, più volte sul punto di perdere coscienza. Ha riferito di essere stato percosso con un martello e con manganelli dopo l’udienza del 10 giugno e di subire pestaggi quotidiani. Le sue parole all’avvocato: “Questa è l’ultima volta che mi vedrete. Mi hanno portato qui per uccidermi.”
Ai giornalisti chiedo di dare a questa vicenda lo spazio che i fatti documentati impongono: un medico che ha rifiutato di abbandonare i suoi pazienti sta morendo in una cella sotterranea, senza che gli sia mai stata contestata un’accusa, e il silenzio dell’informazione è parte delle condizioni che lo rendono possibile.
Ai rappresentanti politici chiedo di attivare gli strumenti a loro disposizione – interrogazioni parlamentari, un intervento del Governo presso le autorità israeliane, un’iniziativa nelle sedi europee – perché siano ottenuti il rilascio immediato del Dott. Abu Safiya o, in subordine, un processo equo con garanzie piene, un esame medico indipendente e il suo trasferimento immediato dalla sezione Rakefet.
Cordiali saluti,
Francesca Cigala Fulgosi