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di Tommaso Piacentini
La rabbia e l’indignazione per un’altra vittima di femminicidio. Ieri pomeriggio (10 giugno), mentre un forte vento scuoteva gli alberi che circondano il parco della libertà del quartiere Barco, un centinaio di persone è sceso in strada per scuotere con lo stesso vigore le coscienze di chi ancora definisce il patriarcato una finzione.
È ancora il vento a far tremolare le fiammelle delle candele votive al civico 25 di via Stefano Gatti Casazza. È qui che si trova l’appartamento dove, il 30 maggio scorso, la 50enne Samanta Zironi è stata trovata senza vita: una singola coltellata al torace di cui sarebbe gravemente indiziato il marito, il 52enne Vladimiro Lombardi, oggi in carcere. Ed è dal parco di fronte a questo appartamento che la camminata per Samanta ha avviato i primi passi.
Prima di partire assieme al corteo le vicine di casa di Samanta non riuscivano a trattenere le lacrime mentre indicavano le foto e i fiori posti sotto la cassetta delle lettere: “Questo l’abbiamo fatto io e la signora Gloria, per Samanta questo ed altro – ha detto la signora Simona -. Lei aveva un cuore molto grande. Purtroppo la legge è venuta molte volte, lei è andata parecchie volte all’ospedale ma anche noi più di aiutarla… se non era lei ad andare a fare denuncia…”.
Poi il racconto di un marito che non le permetteva di uscire e la rabbia della signora Simona: “Era succube, non poteva uscire a prendere il pane, non poteva uscire sul balcone: doveva solo restare in casa. Io non so come fa a stare in galera a testa alta, sapendo che ha ammazzato una moglie dopo che ci sei stato insieme per ventidue anni”.
“Quest’inverno l’ha buttata fuori in pigiama – è il ricordo della signora Gloria delle violenze a cui ha assistito -. Ho chiamato i carabinieri, ma lei non firmava perché aveva paura di suo marito: aveva paura che lo mettessero in carcere e che dopo 5 giorni se lo trovasse sotto il balcone e non sarebbe la prima”.
Poi le parole di Samanta pronunciate qualche giorno prima dell’omicidio: “Quella mattina che le abbiamo parlato io e Simona le abbiamo detto di andare via, che in qualche modo ci saremmo arrangiate. ‘Vai via Samanta, perché la prossima volta che ti mette le mani addosso ti ammazza’ le dicevo. Ma lei mi ha risposto: ‘Gli ho promesso che se mi mette di nuovo le mani addosso lo denuncio’. Però è successo questo”.
La camminata per Samanta, organizzata dal collettivo Lab_Consenso, è stata preceduta dagli interventi delle varie associazioni aderenti: “Quante donne devono ancora morire prima che la prevenzione alla violenza diventi una priorità politica? – è la denuncia congiunta del collettivo -. Il femminicidio di Samanta Zironi ha colpito profondamente la nostra comunità. Oggi siamo qui per ricordarla, per esprimere vicinanza ai suoi familiari e alle persone che le hanno voluto bene. Ma siamo qui anche perché il dolore, da solo, non basta”.
“Ogni volta che una donna viene uccisa assistiamo allo stesso copione: cordoglio, indignazione, promesse. Poi tutto torna come prima. Spesso si fa l’errore di immaginare la violenza come qualcosa che arriva dall’esterno: i fatti ci dicono invece che nasce dentro relazioni affettive”.
Poi i numeri, sempre più sconcertanti: “Secondo l’Osservatorio nazionale di ‘Non una di meno’, dall’inizio del 2026 all’8 maggio sono stati registrati 19 femminicidi consumati e 39 tentati. Nella maggior parte dei casi gli autori sono partner, ex partner o famigliari delle vittime. Non siamo di fronte ad un episodio isolato, siamo di fronte a un fenomeno strutturale che attraversa la nostra società. Per questo non basta intervenire dopo una tragedia, ma servono politiche di prevenzione, educazione e supporto”.
Prevenzione, educazione e supporto la cui urgente necessità è stata ribadita anche da Angela Alvisi del Centro Donna Giustizia: “La violenza è ciclica, attraversa delle fasi e bisogna saperle riconoscere: c’è una fase di crescita della tensione, in cui la donna avverte la situazione e cerca di placare l’uomo per evitare l’agìto violento. In questa situazione l’uomo non agisce direttamente violenza ma assume atteggiamenti punitivi, minacciosi, scostanti”.
“Poi c’è la fase del maltrattamento vero e proprio, non solo attraverso la violenza fisica, ma anche con insulti, minacce, rottura di oggetti, spintoni – continua Alvisi -. Poi c’è la fase cosiddetta della luna di miele: l’uomo chiede scusa, diventa più premuroso, promette di cambiare, in alcuni casi minaccia il suicidio. I cicli si ripetono, con un’intensità sempre maggiore e la donna si colpevolizza, cerca le cause in sé ed è sempre più isolata”.
Isolamento da cui esiste una via d’uscita: “Non si esce da sole dalla violenza, sono necessari i centri antiviolenza, i servizi sociali, la sanità, le forze dell’ordine, la scuola. È necessaria la formazione e la cittadinanza attiva, perché riconoscere i segnali e farsi parte attiva può aiutare le donne che vivono queste situazioni”.
E poi c’è il tema che tocca tutti gli uomini, quello della responsabilizzazione: “Siamo stanche dell’omertà di voi uomini, di dovervi insegnare perché i nostri corpi non sono oggetto di possesso – è la dichiarazione del collettivo Transfemminista -. Siamo stanche di sentirci rispondere ‘sì, ma non tutti gli uomini’. Non ci interessa di sentire quanto tu, uomo, non faresti mai una cosa del genere, perché tu sei un bravo ragazzo. Ci interessa che ti responsabilizzi e vai a parlare con i tuoi amici, perché le statistiche vogliono che almeno uno di loro sia un problema”.
“Responsabilizzatevi e fatelo con i vostri amici e parenti, anziché chiedere a noi di stare attente, perché siamo stanche di vivere in una società che insegna alle donne a difendersi piuttosto che insegnare agli uomini come ci si comporta”.
Il corteo si avvia: le chiavi risuonano, gli slogan sovrastano il vento. Una bambina con un monopattino rosa guarda con spensieratezza la sua mamma, che la guarda con apprensione. Poi la bambina si ferma, appoggia il suo monopattino e prende in mano un mazzo di chiavi: sguardo fiero, lo scuote.
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