Pare che il nostro Primo Cittadino non governi col PUG (Piano Urbanistico Generale), ma col manuale di filosofia. È evidente che Alan è un fine cultore dei “Corsi e Ricorsi Storici” di Gianbattista Vico. Da lì deve aver compreso che è tempo di traghettare la “Città d’Arte” verso un più efficiente e meno altezzoso “Paese dei Balocchi”.
La trasformazione risponde alle esigenze dell’emergente nobiltà locale: movide moleste, passatempi alcolici per menti disoccupate, spacciatori, maranza e altre figure socialmente utili come depositi di amianto a cielo aperto. È un remake urban nella versione “Panem et Circenses” di Giovenale, dove al posto dei gladiatori abbiamo le casse a palla fino alle tre di notte.
Ipotizzando che sul comodino del nostro eroe non manchi la X Satira, notiamo come il moderno “Assegno di Inclusione” (analogo al “panem”) possa venire integrato con la parte “Circenses” (inesistente nei contributi statali) gestita dal Sindaco nato a Burana (*). Così Alan, autoassegnatosi il ruolo di “Evergete” (il patrizio che pagava i ludi circensi): organizza, finanzia con soldi pubblici e trasforma il centro storico – ormai depurato dalla noia dell’artigianato e dei bottegai – in una sagra permanente. Il concetto è chiaro: far bere fino al coma etilico e aggiungere il sostegno esistenziale di massa più gradito: un inquinamento acustico di proporzioni bibliche.
La cosa bella è che l’evergetismo di Alan è a chilometro zero e a costo zero (per lui): non caccia un euro di tasca sua, non rischia la rielezione (evviva il terzo mandato negato!) e accumula crediti coi beneficiati. Che la quiete pubblica sia morta e sepolta? Dettagli.
Panem, Circenses – sopratutto Circenses – è ciò che conta. Nell’inarrestabile darsi da fare, il neo Evergete ha deciso anche per la fragorosa valorizzazione degli spazi aperti: e quale modo migliore se non concederli a chi diffonde ad nauseam cacofonie a 130 decibel? Dopotutto, è provato che più il volume è alto, più le voci dei partecipanti ricordano le armonie dei latrati canini.
Sì, è il rintronamento celebrale il nuovo stimolo psicofisico preferito dalla miglior gioventù, sia autoctona che immigrata. Rassicurante.
Di recente, Alan ha deciso che il Listone doveva ospitare un palco gigantesco per celebrare i 50 anni di Radio 105. Certo, l’anno scorso non s’è fatto niente per i 440 anni dell’Accademia di Santa Cecilia, ma si sa, la musica classica non vale una cicca, meglio il solido rumore commerciale.
Così, sponsorizzando un’emittente che vive di pubblicità, Alan ottenne il magico risultato di una settimana di occultamento visivo di due lati del Duomo. Comprensibile. Guardare la facciata storica ogni giorno stanca; molto meglio un bel ambaradan in acciaio e plastica, più moderno e glamour.
Per la gioia della nomenklatura destrorsa arriveranno artisti noti per le loro delicate trasgressioni: bestemmie, oscenità, abbigliamenti degni di un incubo e roghi di Bibbie. Insomma, il meglio della cultura progressista portato in piazza col patrocinio della destra: un cortocircuito intellettuale che fa bene al cuoio capelluto.
Non si può che prendere atto: questi sono fatti, mica pippe! Umberto Eco, se fosse ancora tra noi, troverebbe irresistibile lo zeitgeist personale di Alan Fabbri: un uomo perfettamente sintonizzato sull’assenza di spirito del nostro tempo.
Chissà se il Naomo candidato a succedergli ne ha uno simile? Ammesso che ne abbia uno.
Paolo Giardini
(*) “I Carmina Burana” è una raccolta di centinaia di testi poetici medievali su temi profani (giochi d’azzardo, amori, taverne), composti da chierici itineranti, frequentare più osterie che luoghi di culto. Il termine Burana non ha niente a che fare col nome del paese natale di Alan Fabbri, ma la convergenza dei gusti degli antichi chierici con quelli del politico buranese conferma, sorprendentemente, la validità della locuzione latina “nomen omen”.