Eventi e cultura
15 Aprile 2026
La scrittrice nella dozzina del Premio Strega 2026 sarà ospite sabato 18 aprile al Grisù 451 – Festival delle Parole

“Lo Strega allunga la vita ai libri”. Teresa Ciabatti a Ferrara con “Donnaregina”

di Redazione | 6 min

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di Tommaso Piacentini

Il primo aprile scorso sono stati annunciati i libri entrati nella dozzina del premio Strega, uno dei riconoscimenti letterari più importanti d’Italia, giunto alla sua 80esima edizione. Teresa Ciabatti, classe 1975, è una delle autrici che, con il suo romanzo “Donnaregina”, concorrono a stappare la famosa bottiglia di liquore, gesto simbolo della vittoria del premio. Ciabatti sarà a Ferrara il 18 aprile in occasione del festival delle parole Grisù 451 – che si svolgerà da giovedì 16 a domenica 19 aprile all’omonimo consorzio di via Poledrelli -. L’incontro, moderato da Amelia Esposito, è previsto per le ore 21:30. 

Teresa Ciabatti, lei è entrata nella dozzina del premio Strega 2026 con “Donnaregina”. Aveva già raggiunto il secondo posto nel 2017 con “La più amata” e il settimo con “Sembrava Bellezza” nel 2021. Si potrebbe dire che è una veterana dello Strega, cosa prova oggi alla terza candidatura?

Per me è una possibilità in più che viene data ai libri, una possibilità di vita. Difficilmente in Italia c’è qualcos’altro come uno Strega che può allungare la vita a un libro e renderlo maggiormente visibile. Questa è sempre una grande occasione. 

Veniamo al libro. Donnaregina affronta, nei panni di una giornalista estranea alla cronaca nera, la vita di Giuseppe Misso, ex membro della camorra e fondatore del clan omonimo negli anni ’80. Da cosa nasce la volontà di scrivere questo libro?

Nasce da una necessità mia come scrittrice di immergermi in un mondo lontanissimo e estraneo. Fino a prima di “Donnaregina” i miei libri sono sempre stati fintamente autobiografici, dei memoir di finzione, ma dal punto di vista di ambiente, accadimenti e anche di classe sociale era qualcosa di molto prossimo a me, quindi raccontavo il mio mondo di appartenenza anche se non ero io. Nasce dall’esigenza di guardare lontano. 

L’io narrante si dichiara fin da subito ignorante sui temi della camorra. Nel corso della narrazione, infatti, si sofferma sui dettagli più minuti e, agli occhi degli esperti, più insignificanti della vita di Misso. Rispetto a “Sembrava Bellezza”, in cui lo stile digressivo era tanto nella sintassi che nella narrativa, in “Donnaregina” la lettura appare più lineare, più fluida, mentre i fatti narrati si concentrano proprio sulle digressioni ai fatti criminali di Misso. Che cosa l’ha portata a questa scelta stilistica? Chi l’ha ispirata?

Intanto sono invecchiata, quindi lo stile subisce i cambiamenti del tempo. Non so se verso la maturità o se maturare significa – il mio sospetto – che si vada verso l’essenziale. C’è la riduzione delle digressioni, non c’è tanto tempo. Come ispirazione dello stile mi è stato molto utile rileggere “La pelle” di Curzio Malaparte dove racconta Napoli da straniero, poi la scrittura di Truman Capote, non quello di “A sangue freddo”, ma quello che per esempio racconta Marylin Monroe. Lui cogliendola in un momento di anonimato assoluto, quando è struccata, ha un foulard sui capelli e passeggiando tra la gente nessuno la riconosce, in quei momenti lui coglie dei lampi di verità e una Marylin diversa. Questa sua attitudine al lato non pubblico è stato una guida per me. 

Possiamo anche citare la Ortese?

Sì e no. Io ho letto tutti gli scrittori napoletani: Ortese, Ramondino, Starnone. Quelli hanno funzionato più da limite. Ho capito che non potevo raccontare Napoli e mettermi in competizione con chi è nato e cresciuto a Napoli, con chi conosce e ha una prossimità e ha patito certe situazioni di criminalità. Mi è servito per capire – per arrivare a Curzio Malaparte – che dovevo entrare da straniera e dovevo dichiararlo, perché altrimenti sarebbe stato folklore, si sarebbe percepita la posa. 

Curioso il tema della scrittura. Lei scrive, in un dialogo con Misso: “Certo, ha scritto I leoni di Marmo, ma quella è la storia giudiziaria. Adesso sente il bisogno di dire altro, di confessarsi a cuore aperto. E per farlo necessita di qualcuno”. Secondo lei, l’importanza di trascrivere nero su bianco la propria vita, in casi come quello di Misso, serve più da catarsi o è uno strumento che alimenta l’ego? 

Questo non mi riguarda. È un gesto loro che non ho indagato: questo libro non è la storia di Misso né la trascrizione della sua testimonianza. È il tradimento alla possibilità di raccontare la storia criminale, già dalla seconda pagina capisci che non la sarà. L’immersione in un mondo così lontano mi serviva come risveglio a quel tipo di donna, come la giornalista, che appartiene a un ceto sociale, viene da una situazione di benessere, di privilegio anche culturale. In questa classe mi ci metto anche io. Io penso che la classe dirigente, che possono essere politici, intellettuali e che vivono una condizione di privilegio, io trovo che il rischio sia, nel momento in cui si scrive, che siano delle incursioni temporanee, delle visioni dal salotto di casa. 

Cioè? 

Mi spiego meglio: c’è una parte di umanità privilegiata che, senza rendersene conto, conduce una vita quasi dormiente. Se scrivo un pezzo d’opinione sulla guerra o sulla povertà, è molto diverso dal conoscerle veramente e io credo che in questo momento scrivere di qualcosa non è dare un contributo ma è dare un opinione. È un racconto che è diverso dal vero contributo politico e di fatti. Tante volte qualcuno scrive qualcosa e si sente a posto con la coscienza. Io volevo che questa rappresentante, questa donna di un ceto medio-alto, fosse attraverso Misso risvegliata dal torpore del privilegio. Non fa nessuno scoop, ma attraverso quello scossone apre gli occhi e vede quello che non vedeva, che è a casa sua. 

Lei parla della figlia dell’io narrante, Camilla, pesantemente segnata dal periodo del Covid?

Certo, è talmente abituata (la giornalista, ndr) a vedere quello che vuole che non riesce a guardare e accorgersi del dolore che sta dentro a casa sua.

Si può dire che questo sia un romanzo anche sulla condizione adolescenziale…

Quello è un viaggio. Misso è solo un pretesto per portarla ad aprire gli occhi. La madre si rifiuta di vederla, è come se questa classe sociale si fosse abituata e non riesca a vedere.

Un altro dei temi del libro è quello della fede. C’è una fede nella religione cristiana, come dimostra la costruzione di una cappella a vico Carbonara come gesto propiziatorio per avere un figlio da Antonietta Sarno, ma c’è anche un’altra fede: quella nel sovrannaturale, quella per gli ufo. Ci racconta questo episodio? 

Io ho lavorato molto sul materiale di scarto. Mentre Misso mi racontava la sua vita criminale, io capivo che il mio interesse era altrove. Su questo materiale di scarto, che un giornalista d’inchiesta avrebbe ignorato, io dovevo lavorare, perché da lì usciva maggiore verità. Quando per caso mi racconta all’interno del suo racconto della guerra di camorra che una sera vanno a fare pesca subacquea e vedono gli ufo gli dico: “Fermati”. Ho impiegato varie settimane perché per lui non era importante. Il dettaglio degli ufo è una scena centrale del libro. In apparenza potrebbe essere una scena comica, quasi surreale, ma è drammatica. Racconta il pensiero dei superboss in generale che non credono in uno Stato giusto, in una Chiesa giusta… tutto quello che è terreno è corrotto e ingiusto. Infatti c’è sempre la giustificazione che loro cercano di sistemare le storture del mondo, dalla parte dei più deboli e degli oppressi. Capire che loro non stanno mentendo quando dicono che lo Stato non c’è e che l’unica una giustizia possibile è immaginabile fuori dalle vicende terrene, nemmeno da Dio ma da un ufo che arriva. 

Sabato 18 aprile sarà a Ferrara in occasione del festival letterario Grisù 451. È mai stata a Ferrara?

Sono stata una volta e sono felice di tornare.

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