“Gulinelli devo anche ringraziarlo”, scrive Diego Marani, con un’espressione che i docenti di lingua italiana riterrebbero sintatticamente degna della matita rossa.
Dato che il professor Marani ricorda la sua laurea e il suo diploma di maturità classica rispondendo a Marco Gulinelli, che in fondo è un “semplice” geometra e non ha certo un curriculum paragonabile al suo, gli consiglio di fare più attenzione a come scrive. Ma forse la sua frequentazione con altolocati ambienti parigini gli ha fatto perdere un po’ di confidenza con la lingua di Dante.
A Parigi peraltro ha fatto conoscere Ferrara, così almeno dice, con una serata dedicata al ballo liscio e una alla salama da sugo. Benissimo, per carità, anche se spero che abbia illustrato Ferrara per altre caratteristiche dopo quelle gastronomiche e “da balera”.
Passando ad argomenti più seri, resto sbalordito nel leggere che Marani saluta come un evento di grande portata e politicamente significativo la vittoria di Péter Magyar in Ungheria. Forse Marani non lo sa, ma stiamo parlando di un soggetto che per vent’anni ha militato nel partito di Orbán, di cui è stato stretto collaboratore fino al 2024. Un soggetto che ha appena fatto I complimenti a Giorgia Meloni per “I grandi risultati raggiunti” (!).
Pur tenendo conto che Diego Marani è in buona (si fa per dire) compagnia, mi chiedo per quale motivo dovremmo esultare per la vittoria di un furbo politico che certamente, negli ultimi mesi, non ha cambiato le idee professate per vent’anni: idee uguali a quelle di Orbán.
Cambierà il condimento, ma la pasta è sempre quella e non promette alcunché di buono, nonostante le grida gioiose e sconsiderate di Schlein, Fratoianni e Conte.
Daniele Vecchi