L'inverno del nostro scontento
12 Aprile 2026

Da Terezin a Gaza, da Erode a Netanyahu

di Girolamo De Michele | 8 min

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Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini! (Papa Leone XIV, Preghiera del Santo Rosario per invocare il dono della Pace, 11 aprile 2026)

Ferrara ha ospitato una mostra di disegni creati dai bambini di Gaza: HeArts of Gaza. Fra questi, alcuni mi hanno colpito fino al punto di farmi rimettere mano a un percorso didattico, che avevo composto a settembre: per dar conto del sentimento con cui un insegnante svolge il proprio lavoro mentre il mondo assiste al perpetrarsi di un genocidio in diretta. Quel percorso si concludeva con l’inserzione del testimone all’interno dell’opera d’arte. Due dipinti di questa mostra mi hanno spinto a pensare un ulteriore punto d’approdo di questa sequenza narrativa, che propongo qui. È una sorta di Passione in sette poste, con alcuni sentieri che la intersecano e indicano altrove.

Vorrei introdurla con le parole pronunciate lo scorso 15 luglio 2025 da Catherine Russell, Direttrice Esecutiva dell’UNICEF sulla situazione umanitaria dei bambini di Gaza:

I bambini non sono attori politici. Non iniziano conflitti e non sono in grado di fermarli. Ma soffrono molto e si chiedono perché il mondo li abbia delusi. E non fatevi illusioni: li abbiamo delusi. Negli ultimi 21 mesi di guerra, secondo quanto riferito, più di 17.000 bambini sono stati uccisi e 33.000 feriti a Gaza. Ogni giorno vengono uccisi in media 28 bambini – l’equivalente di un’intera classe. Consideratelo per un momento. Un’intera classe di bambini uccisi, ogni giorno per quasi due anni. Questi bambini non sono combattenti. Vengono uccisi e mutilati mentre fanno la fila per cibo e medicine salvavita.

Prima posta: Giotto e Duccio da Buoninsegna, La strage degli innocenti

Giotto nella Cappella degli Scrovegni, e subito dopo Duccio da Buoninsegna nella Maestà del Duomo di Siena, hanno rappresentato la strage degli innocenti voluta da Erode detto “il Grande”, re di Giudea. In ambedue le opere c’è un elemento rilevante, che scomparirà nelle molte successive raffigurazioni di questo massacro: nel mezzo dell’azione, un soldato volta la testa per non vedere, mentre dall’alto il re di Giudea indica con la mano gli infanti da uccidere. È un atto di dissenso, quasi un’insubordinazione. In questo modo Giotto, e Duccio che lo riprende, esprimono la propria posizione morale: si raffigurano nei panni del soldato che distoglie gli occhi. Sentono il bisogno di non essere dei neutrali testimoni “oggettivi”: vogliono che lo spettatore sappia da che parte stanno.

Seconda posta: Caravaggio, Il Martirio di san Matteo

Chi, se non Caravaggio, poteva fare un passo avanti rispetto a Giotto? Nel Martirio di san Matteo la scena è immobilizzata, quasi fosse un fotogramma estratto dalla sequenza, nell’attimo in cui l’assassino balza sul martire e sta per menare il fendente. Alcuni astanti fuggono inorriditi, altri, nell’angolo in basso opposto allo sguardo di un “testimone”, soggiornano indifferenti: sembra quasi di sentire le loro parole di giustificazione, forse di approvazione, tanto simili a quelle odierne – in fondo, Matteo “se l’è andata a cercare”. Fra gli spettatori, uno solo ha dipinto sul volto un’espressione di compassione per la vittima: è Caravaggio stesso, autoritrattosi lungo la diagonale che va da un angolo al suo opposto. In questo modo, lo sguardo di Caravaggio è congiunto al braccio dell’assassino che sta esercitando la violenza sul martire, ma anche agli ingnavi indifferenti, cioè complici.

Terza posta: Velazquez, Las Meninas

Las Meninas è una delle opere più celebri dell’intera storia della pittura, una di quele che segnano il prima e il poi: a lei è dedicato l’intero capitolo iniziale di Le parole e le cose di Michel Foucault. Perché è importante, qui? Perché il pittore riprende il gesto di Caravaggio, inserendosi nell’opera: ma lo rilancia, rappresentandosi in quanto pittore, cioè creatore di un’opera all’interno dell’opera. Non è il pittore trasfigurato nel ruolo di testimone compassionevole, è il pittore in quanto tale. Un passaggio decisivo per molti versi, e anche, nel suo piccolo, per questa Passione in immagini.

Quarta posta: Picasso, Guernica

Picasso era affascinato da Las Meninas: l’ha riprodotta decine di volte, e avrebbe voluto che la sua Guernica fosse esposta al Museo del Prado (di cui negli anni Trenta è stato direttore), di fronte all’opera di Velazquez. Che Guernica sia il più alto grido di orrore contro la guerra è un’affermazione che pochi, oggi, mettono in discussione, tanta è la potenza espressiva di quest’opera. Se osservate la composizione dei blocchi, le linee direttrici, le masse, vi renderete conto che Picasso ha dipinto (in un tempo incredibilmente rapido) Guernica a partire dallo schema di composizione di Las Meninas. Non è solo un rilievo di tecnica pittorica: serve a capire che il cavallo che urla quasi al centro è Picasso stesso. Al blocco verticale di fronte a Velazquez, cioè quella tela di cui vediamo solo il verso (e quindi non sappiamo cosa sta dipingendo l’artista) corrisponde, in Guernica, il blocco del toro e della madre col bambino morto. Come se il quadro di Velazquez fosse ruotato di 180°, e noi potessimo vederne il disegno: il cavallo urla di fronte a una madre che proviene dalla Strage degli innocenti dei Trecentisti. Ma questa nuova strage non è un racconto biblico: accade mentre Picasso la dipinge, nel suo stesso paese, la Spagna dilaniata dalla guerra civile scatenata dal fascista Francisco Franco. Per la cronaca: la prima delle bombe che caddero su Guernica fu lanciata da un aereo italiano: dentro Guernica ci siamo noi italiani, anche noi abbiamo contribuito a fare questo orrore.

Quinta posta: Friedl Dicker-Brandeis e i disegni dei bambini di Terezín

Nel 1942 l’artista austro-cecoslovacca Friedl Dicker-Brandeis fu internata nel campo di Terezín, una sorta di ghetto ebraico creato ad hoc dai nazisti. Friedl Dicker-Brandeis era una pittrice e scenografa comunista di origine ebraica, partecipe del movimento del Bauhaus, scenografa di Schönberg prima, e di Berthold Brecht poi. Nel campo di Terezín allestì un’attività di disegno, con i pochi mezzi a disposizione, rivolta ai bambini che vi erano reclusi. L’attività aveva anche uno scopo terapeutico, ed ebbe come esito la creazione di migliaia di disegni, che sopravvissero alla deportazione ad Auschwitz dell’artista e dei bambini. In quesi disegni, l’opera pittorica e la testimonianza storica si fondono: l’artista è partecipe diretto all’evento che sta dipingendo. Di questi disegni ho un catalogo, stampato in occasione di una mostra che passò anche da Ferrara nel 1985. Mia madre collaborò alla sua esposizione nella mia città.

Sesta posta: Malak Mattar, No Words

Malak Mattar è una giovane pittrice palestinese, figlia di rifugiati della Nakba, cresciuta a Gaza. Sin dall’adolescenza ha usato il suo talento per esprimere non solo quello che “ha dentro”, come si dice, ma anche ciò che è “fuori”, attorno a lei: le guerre di e contro Gaza. Nel 2024 – Malak Mattar ha avuto la fortuna di trovarsi all’estero quando è iniziato il genocidio di Gaza – ha creato una grande tela, inizialmente denominata Last Breath (Ultimo respiro), e poi No Words (Senza parole), che è stata esposta a Londra, Venezia, Parigi, Edimburgo. Il confronto con Guernica è evidente: non per caso l’opera è anche nota come “La Guernica di Gaza”. Se mai sono possibili gradi del tragico, rispetto a Picasso quello che cambia è che le rovine e i martiri del dipinto, che in Guernica sono spagnoli perché anche la città di Guernica è Spagna, in No Words sono quelle della città stessa della pittrice.

Ultima posta: Qamar “Reema” e Mohammed Musbah Timraz

La storia ha il vizio assurdo di ripetersi: Terezín si ripropone oggi nelle stesse modalità, da un Erode all’altro – ambedue convinti di avere “Dio dalla nostra parte” –, a Gaza, dove inizialmente in una tenda, e poi infine in quattordici, bambine e bambini disegnano sotto le bombe. Due di questi dipinti mi hanno colpito più degli altri, e solo dopo averli osservati mi sono accorto che c’è una mano comune ad entrambi: quella della giovanissima Qamar “Reema” Timraz.
Il primo raffigura la sua cugina Sabrin, avvolta nel sudario dopo il martirio. Per un qualche miracolo che avviene con l’arte, ci sono forme e idee che viaggiano da un artista all’altra senza un contatto materiale: archetipi inconsci, o universali fantastici che siano. Reema ha raffigurato la cugina Sabrin come sospesa in uno spazio non materiale, ma ideale, fra terra e cielo: come sorvolasse il terreno in cui è sepolta, sul quale sono stati piantati fiori. È la stessa composizione che si trova in alcune opere di Chagall, in particolare quelle dedicate alla moglie Bella: La filigrane violet è una di queste, dipinta pochi mesi dopo la morte di Bella.

Il secondo dipinto, l’ultimo di questa Passione, è un’opera a quattro mani: Reema l’ha creato assieme a un suo cugino Mohammed Musbah. È un’opera dai toni cupi: è la guerra, senza alcun bisogno di definizioni o aggettivi. La famiglia di Mohammad era stata dislocata in un centro di accoglienza gestito dalle Nazioni Unite. Tre settimane dopo l’inizio della guerra contro Gaza, il centro è stato bombardato dall’aviazione di un altro criminale re di Giudea, Netanyahu: 28 profughi sono rimasti uccisi. Fra questi Mohammed, assieme a quasi tutta la sua famiglia: aveva 13 anni. Il suo dipinto è uno degli ultimi gesti della sua vita: l’artista non è solo testimone, è anche protagonista e vittima di una morte in diretta.

No Words: le sole parole che restano sono di quelli che, come nel dipinto di Caravaggio, giustificano, minimizzano, approvano, mettono faccine ridenti. Che sia per loro la Mala Pasqua.

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