di Graziano Gallerani*
Non è solo una norma. È, prima di tutto, una questione di rispetto. Rispetto per chi ogni giorno lavora con le mani e con la testa, per chi ha costruito negli anni un’impresa fatta di competenze, sacrificio e identità.
Il 7 aprile 2026 segna questo passaggio: da una zona grigia, troppo a lungo tollerata, a una linea chiara che distingue chi è davvero artigiano da chi ha semplicemente utilizzato quella parola per convenienza.
Diciamolo senza giri di parole: finora il mercato ha permesso troppe ambiguità. Il termine “artigianale” è stato spesso svuotato del suo significato, trasformato in una leva commerciale buona per tutto e per tutti.
Ma dietro a quella parola c’è molto di più: c’è un sistema di regole, un’iscrizione all’Albo, un percorso imprenditoriale fatto di qualità, responsabilità e radicamento nel territorio. Non si può improvvisare, né tantomeno imitare.
Questa legge interviene esattamente qui. Rimette ordine, stabilisce un principio semplice ma fondamentale: le parole devono corrispondere ai fatti. E lo fa con strumenti concreti, anche severi, perché quando si parla di concorrenza sleale non si può restare nel campo delle buone intenzioni.
Le sanzioni importanti previste non sono un eccesso, ma una garanzia. Servono a proteggere chi ha sempre rispettato le regole e a scoraggiare chi ha costruito vantaggi indebiti.
Per noi non è una vittoria simbolica. È un risultato che incide nella vita quotidiana delle imprese, soprattutto in territori come il nostro, dove l’artigianato rappresenta una parte essenziale dell’economia locale.
Significa ristabilire condizioni di mercato più eque, ma anche rafforzare la fiducia dei consumatori. Perché chi acquista un prodotto definito “artigianale” deve avere la certezza che lo sia davvero. C’è poi un aspetto che va oltre l’economia.
Questa norma restituisce valore a un patrimonio fatto di mestieri, tradizioni e innovazione. L’artigianato non è nostalgia, ma futuro. È capacità di adattarsi, di creare qualità, di competere senza perdere identità. Ora, però, inizia la fase più importante: quella dell’applicazione.
Le regole ci sono, e sono chiare. Sta a tutti – istituzioni, sistema dei controlli e imprese – farle vivere concretamente. Perché la trasparenza non può restare un principio sulla carta. Da oggi, chiamare qualcosa “artigianale” non sarà più una scelta di marketing. Sarà una responsabilità. E, finalmente, anche una garanzia.
*presidente provinciale di Confartigianato Ferrara
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