Lettere al Direttore
8 Aprile 2026

L’istituzione che “vede prima”: il modello di Argenta

di Redazione | 6 min

Gentile redazione,

Il recente caso del patrocinio comunale concesso dal Comune di Ferrara a un’associazione antidroga, esploso nel dibattito pubblico con tutto il carico di polemiche che ne è seguito, impone una riflessione che va oltre il singolo episodio.

Perché ci obbliga a guardare in faccia una verità più vasta, più scomoda, più grave: la crisi educativa che attraversa la scuola italiana non è più un allarme remoto, ma una frattura ormai visibile. La cronaca, del resto, non lascia spazio agli alibi. Ci consegna un bollettino sempre più cupo: docenti aggrediti in classe, da Trescore Balneario (accoltellamento di una insegnante) a Torino (calci e pugni); genitori che si improvvisano  in squadre punitive contro i docenti, come accaduto in provincia di Lecce; fino al volto più oscuro e intollerabile di tutti, quello della violenza sessuale tra i banchi.

Non siamo davanti a una somma di casi sfortunati. Siamo davanti a una decomposizione educativa che ha smesso da tempo di essere episodica. E fingere di non vederla significa soltanto diventarne complici.In questo scenario, reinventare la scuola non è un vezzo pedagogico né una raffinata ambizione da convegno. È una necessità storica. Anzi: è un’urgenza civile. Perché una scuola che non sa comprendere il proprio tempo finisce inevitabilmente per esserne travolta.Cosa stiamo aspettando? Il ragazzo  che entra in aula e fa  una strage?

Di pochi giorni la notizia che un giovane è stato  scoperto progettare  qualcosa di simile.Occorre allora dire ciò che per troppi anni è stato taciuto o addolcito da formule prudenti: la scuola è stata progressivamente sospinta verso una deriva umiliante, quella di ridursi a un ufficio di collocamento anticipato, elegante nella forma e impoverito nella sostanza.

Le si è chiesto sempre meno di formare coscienze, spiriti critici, esseri umani liberi; sempre più di produrre soggetti adattabili, funzionali, docili, immediatamente utilizzabili dentro i meccanismi dell’economia. Non educare, ma addestrare. Non emancipare, ma rendere compatibili. Imbarazzante notare l’utilizzo del  ”patrocinio” come foglia di fico per coprire le proprie mancanze. Il 17 febbraio  il  Ministro della Difesa Crosetto ha ricevuto l’ambasciatore americano Tilman il quale ha consegnato  all’Italia  la ”bolletta” delle spese militari al 5% da  onorare (45 miliardi di euro).

Potete ben immaginare  quale sia la propensione  del governo  nel  concedere maggiori strumenti finanziari alla scuola  quando a parole ha già promesso a Trump spese in armi americane con fondi  che  non possiede. In questo scivolamento, aggravato dai tagli alla spesa scolastica e da una visione sempre più aziendalista dell’istruzione pubblica, l’interesse del mondo produttivo ha spesso finito per oscurare il diritto degli studenti a una crescita pienamente umana. Ed è qui che la politica deve smettere di mentire a sé stessa.

Perché la scuola non può essere il reparto di preparazione tecnica di un mercato affamato. La scuola, se vuole restare degna del proprio nome, deve continuare a essere il luogo in cui una comunità decide che cosa vuole trasmettere dell’umano.  Il Governo Conte ha insistito soprattutto sul terreno della prevenzione culturale e dell’educazione alla cittadinanza. Il Governo Meloni, senza affrontare il nucleo più profondo del problema, ha scelto la ”visibilità” di strumenti repressivi e disciplinari contro le aggressioni al personale scolastico. Ma la realtà  è più seria delle tifoserie, ci dice che  la sola repressione genera  una reazione contraria ai risultati attesi , un puro fallimento certificato  dai fatti in modo incontrovertibile.

La scuola, infatti, non nasce per addestrare; nasce per emancipare. Non può limitarsi a distribuire formule, date e verifiche, per poi voltarsi dall’altra parte mentre intere generazioni crescono dentro un paesaggio segnato da aggressività verbale, solitudine digitale, pornografia precoce, desertificazione sentimentale e crollo delle più elementari strutture del rispetto. Non può continuare a fingersi neutrale mentre fuori e dentro le aule si consuma una lenta barbarie relazionale.

Per questo l’educazione sessuo-affettiva non è un orpello ideologico da  attaccare  ferocemente come sta accadendo a Genova contro la Sindaca Silvia Salis  ma una necessità educativa. Anzi, è una forma alta di protezione civile. I ragazzi abitano già il corpo, il desiderio, il conflitto, la vergogna, la scoperta, la pressione del gruppo, la distorsione dei modelli digitali.

La vera domanda non è se verranno educati su questi temi. La domanda è da chi?  Da una scuola competente, seria, misurata, capace di accompagnare e dare strumenti, oppure dalla pornografia, dagli algoritmi, dalla brutalità dei social, dalla mercificazione del corpo e dall’ignoranza emotiva elevata a costume? Meglio insegnare il consenso prima dell’abuso. Imbarazzante la legge Bongiorno sullo  stupro. Meglio insegnare il rispetto prima della violenza.

Meglio insegnare la relazione prima che il possesso si travesta da amore. In questo quadro, esperienze come quella di Argenta meritano attenzione non per cortesia istituzionale, ma per intelligenza politica. Il lavoro della dottoressa Monica Bosi e dell’assessora Malagolini, sostenuto anche dalla visione del professor Alberto Pellai, attraverso incontri e conferenze  aperte agli insegnanti  si colloca esattamente lungo questa linea di rinnovamento: non una scuola che rincorre le emergenze quando ormai sono esplose, ma una scuola che tenta di comprenderle prima, di prevenirle, di ricostruire la struttura emotiva e relazionale dei ragazzi prima che il disagio degeneri in violenza, chiusura, smarrimento.

Dal mondo delle scienze educative  ,Alberto Pellai  psicoterapeuta dell’età evolutiva  , Daniela Lucangeli docente universitaria di neuroscienze educative , Maura Striano, Milena  Santerini (educazione a contrastare il linguaggio d’odio) , Elisabetta Nigris  autorevole presenza nei testi universitari in area pedagogica…

Tutti dicono e ripetono  una  cosa: cambiare la scuola con urgenza  per formare persone adulte .  Il filosofo Umberto Galimberti , su un altro piano , quello filosofico  dichiara che aver bandito la filosofia dalle scuole sta  portando frutti avvelenati di uomini eternamenti immaturi .Quà si misura la serietà di un’amministrazione e di una comunità educante: nella capacità di non arrivare sempre dopo. Dopo il bullismo. Dopo il crollo emotivo. Dopo l’umiliazione. Dopo la violenza. Dopo la disumanizzazione dei rapporti. Arrivare dopo è la specialità delle istituzioni stanche. Vedere prima, capire prima, intervenire prima: questo è il ”lavoro” delle  istituzioni vive.

Vuoi spendere due milioni di euro dei ferraresi per preparare dei concerti? Ok per me nessun problema, ma prima occupati della scuola perché è anche nei poteri di un Comune finanziare corsi di formazione e aggiornamento per insegnanti che poi avranno strumenti migliori.

Abbiamo bisogno esattamente di questo. Non di una scuola che certifichi competenze e archivi sofferenze, ma di una scuola che sappia leggere il proprio tempo con più rapidità dei suoi stessi traumi. Una scuola che torni a considerare i ragazzi non come materiale umano da rendere produttivo, ma come persone in formazione, coscienze in divenire, fragilità da accompagnare, libertà da far crescere. Perché, alla fine, la domanda vera è una sola: vogliamo una scuola che prepari semplicemente al mercato, oppure una scuola che prepari alla vita?Chi sceglie la prima, addestra.

Chi difende la seconda, educa.

E oggi, più che mai, educare è l’unica forma seria di coraggio politico.

Roberto Baldisserotto 

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