Attualità
30 Marzo 2026
Nello Scavo da Beirut denuncia restrizioni, propaganda e minacce alle fonti; a Ferrara il confronto su embedded, influencer e conflitti dimenticati

Reporter nel mirino, la guerra mette a rischio informazione e democrazia

di Redazione | 4 min

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Se giornalisti, fotografi e cineoperatori finiscono nel mirino sul fronte di guerra a rischiare di venir meno sono indipendenza e garanzie di tutela essenziali per la loro incolumità, e per la democrazia tutta. A esplicitarlo è Nello Scavo, che al pubblico ferrarese il 28 marzo ha portato la sua testimonianza come corrispondente di guerra da decenni in prima linea, principalmente per il quotidiano L’Avvenire, nei teatri del conflitto. Proprio in questi giorni è al lavoro a Beirut, luogo da cui sabato mattina si è collegato – con un intervento registrato poche ore prima – con la sala cittadina dell’ex Refettorio.

“A Gaza – afferma – con nostra grande frustrazione non ci è stato permesso di entrare. Le informazioni che abbiamo provengono da giornalisti palestinesi, che avrebbero dovuto essere tutelati con ogni mezzo e invece più di 200 fra loro sono morti”. Unica strada per avere accesso a quei territori è di venire aggregato all’esercito israeliano come giornalista embedded. Una possibilità di cui Scavo ha usufruito durante “le prime settimane di guerra a Gaza per vedere qualcosa e descrivere un pezzo di realtà”, ma che ora a ragion veduta respingerebbe per “la limitatezza” a cui si viene costretti.

Passando al conflitto russo-ucraino, Scavo riporta le “contestazioni diplomatiche delle autorità russe” rispetto ad alcuni servizi giornalistici realizzati a Bucha, Irpin e Cherson, fra i quali quelli del reporter italiano stesso. Un “tentativo di screditare il nostro lavoro”, sottolinea Scavo, per provare a negare lo spargimento di sangue avvenuto in quei territori “durante la fuga delle forze russe a seguito della controffensiva ucraina”, nel 2022. Sforzi di manipolazione mediatica finora vani: “È trascorso un mese e Mosca non è riuscita a fornire contro-prove”, che sarebbero potute provenire per esempio dalle bodycam dei militari. Una testimonianza di come quando i reporter possono seguire da vicino le dinamiche belliche “è più difficile prenderti in giro”.

Le preoccupazioni di Scavo, comunque, non si limitano alle zone calde della geopolitica odierna, ma riguardano anche dinamiche italiane e “ci toccano da vicino”. Un esempio è il caso Paragon “il software che è stato usato per intercettare diversi giornalisti, fra cui Francesco Cancellato (direttore di Fanpage, ndr)”. Il cui scopo indiretto starebbe nella volontà di “spaventare le nostri fonti”, cioè intimorire quelle figure che potrebbero rivelare notizie importanti: “A pagarne le conseguenze siamo tutti noi cittadini”.

L’intervento di Scavo ha rappresentato un passaggio di rilevo all’interno di “Testimoni di guerra: operatori sanitari e giornalisti, bersagli sul fronte”, l’iniziativa di divulgazione civile e di formazione professionale che si è tenuta sabato a cura di Ordine Giornalisti e Fondazione Giornalisti dell’Emilia-Romagna insieme all’Ufficio Stampa del Comune di Ferrara, Assostampa Fe e il gruppo Sanitari per Gaza Ferrara. Oltre un centinaio i presenti fra reporter, sanitari, studentesse e studenti universitari e comuni cittadini.

Dopo il contributo dell’inviato di Avvenire, Sebastiano Caputo ha offerto la propria prospettiva sullo stato dell’arte del mestiere quando si tratta di raccontare la guerra dal campo. “Il rischio al giorno d’oggi è che a dare le notizie non siano più giornalisti, ma influencer“. Un’apoteosi che secondo il collaboratore de Il Giornale è stata confermata all’avvio dello “scontro missilistico fra Iran, paesi del Golfo e Stati Uniti”, in cui “le principali fonti giornalistiche per noi erano gli influencer a Dubai, Abu Dhabi e Riyad”. La “polarizzazione del dibattito pubblico” sarebbe poi la principale causa che rende la vita difficile all’inviato sul campo se vuole raccontare la pluralità di un conflitto: “Per entrare in un teatro di guerra devi chiedere il visto alle stesse autorità belligeranti e senza volerlo sei costretto a fare una scelta di campo”. Difficile in questo senso riuscire a restituire un quadro complessivo, vincolandosi formalmente a una sola parte fra le varie in azione.

Il giornalista Alessandro Zangara, in qualità di coordinatore dell’iniziativa, ha quindi portato in maniera obiettiva il focus sui numeri, denunciando una escalation che sta portando fino a “55 fronti di guerra, spesso sconosciuti, dove ci sono conflitti in corso di varia intensità”. Sottolineando l’importanza di “diffondere maggiori conoscenze e consapevolezza sulle guerre nel mondo, le loro origini, le cause, la storia, gli effetti, le ingiustizie e illegalità che nascondono”. Con l’obiettivo di elaborare un racconto giornalistico capace di creare empatia con le vittime dei conflitti, andando oltre una “narrazione asettica, che disumanizza invece di avvicinare“.

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