Oggi, venerdì 27 marzo, le giornaliste e i giornalisti italiani tornano a scioperare per il rinnovo del contratto Fieg-Fnsi. Non è però una mobilitazione che riguarda solo una categoria: è qualcosa che tocca direttamente la qualità della vita democratica di questo Paese, nonché la dignità di chi lavora in questo ambito. Perché il giornalismo è uno strumento collettivo, una funzione sociale essenziale: rende visibili i conflitti, controlla il potere, costruisce senso critico. Quando il lavoro giornalistico viene impoverito, precarizzato e svuotato, non si indebolisce solo una professione, ma anche il diritto di tutte e tutti a essere informati.
Come giornalisti di Estense.com, quotidiano online indipendente, pur essendo regolati da un contratto differente, vale a dire quello Anso-Fisc-Fnsi, che ha previsto un incremento retributivo del 13% già a partire dal 1° gennaio 2025, sentiamo questa mobilitazione come nostra. Perché le condizioni che vengono denunciate attraversano tutto il settore, senza eccezioni. Per questo motivo, oggi il nostro sito non verrà aggiornato per 24 ore.
In queste settimane, a Ferrara, tutto questo ha assunto un volto concreto: quello della chiusura di Telestense. Non si tratta solo della fine di un’emittente storica del territorio, ma dell’ennesimo episodio di un processo più ampio che colpisce l’informazione locale (e non). Quando una redazione chiude, spariscono posti di lavoro, un presidio, un punto di vista, una memoria collettiva. Si restringe lo spazio del racconto pubblico e con esso il tessuto democratico di un territorio.
Questi processi non sono casuali. Sono il risultato di un modello che negli ultimi anni ha trasformato l’informazione in un terreno di estrazione di valore, dove le testate vengono accorpate, ristrutturate, cedute o dismesse in base a logiche finanziarie. I grandi gruppi editoriali concentrano proprietà e potere decisionale, mentre nelle redazioni si taglia, si esternalizza, si precarizza. Il lavoro giornalistico diventa così sempre più ricattabile e, di conseguenza, sottopagato.
Ma questa dinamica non riguarda solo i grandi gruppi. Anche realtà come la nostra che si collocano fuori da quelle logiche, si muovono dentro un ecosistema segnato da forti squilibri. I nostri contratti sono stati rinnovati, ma questo non significa stabilità reale: i compensi restano bassi, i tempi di lavoro elevati, le garanzie per il futuro limitate. Si lavora molto, spesso oltre misura, per garantire un’informazione gratuita e accessibile, sostenendo costi personali che raramente vengono riconosciuti.
C’è poi un nodo ancora più profondo, che riguarda chi può permettersi di diventare giornalista. L’accesso alla professione è lungo, rigidamente normato e strutturalmente selettivo. Non dipende soltanto dalle capacità personali o dalla qualità del proprio lavoro, ma dalla possibilità concreta di attraversare anni di precarietà, collaborazioni sottopagate o gratuite e formazione non retribuita. In altre parole, dalla possibilità di sostenere economicamente questo percorso. Basti dare un’occhiata ai corsi e ai master post-laurea in giornalismo: migliaia di euro per accedere alla professione. È un meccanismo ancora troppo invisibilizzato che seleziona per classe sociale, escludendo di fatto chi non ha alle spalle risorse sufficienti. E questo, inevitabilmente, si riflette anche su quale tipo di informazione viene prodotto e su quali voci trovano spazio.
Per questo la battaglia per la dignità del lavoro giornalistico non è una rivendicazione corporativa. Riguarda tutte e tutti. Riguarda la possibilità di avere un’informazione libera, indipendente e plurale.
Sostenere lo sciopero significa riconoscere che non può esistere informazione di qualità senza condizioni di lavoro dignitose. Significa, dunque, affermare che il diritto a informare e a essere informati non può più essere subordinato alle logiche del profitto.
Elena Coatti
Davide Soattin
Pietro Perelli
Mauro Alvoni
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