Leggo su “la Repubblica” che a Napoli una cinquantina di magistrati ha festeggiato la vittoria del no cantando a squarciagola “Bella ciao”: un canto che – piaccia o no – ha ormai assunto una forte connotazione politico-partitica e ha poco a che fare con l’antifascismo storico esalta forse gli “antifascisti immaginari” a cui Marco Travaglio e Antonio Padellaro hanno dedicato un saggio assai illuminante.
Se qualcuno avesse avuto dubbi sul significato di quel canto, i magistrati in questione hanno poi intonato “chi non salta Meloni è” e pure “chi non salta Imparato è”, dileggiando in maniera assai poco educata, con l’aggiunta di un tocco di maschilismo che ritengo deplorevole, la collega (sostituto procuratore a Santa Maria Capua Vetere) che si era pubblicamente schierata per il sí.
Sul presupposto che i fatti riportati da “la Repubblica” siano veri mi chiedo, con molto sconforto, se un simile atteggiamento, in linea con la peggior goliardia, sia compatibile con la dignità della toga e – soprattutto – se non faccia sorgere dubbi sull’imparzialità e sull’equilbrio di chi si lascia andare a inopportuni cori da stadio che non si addicono certo a chi dovrebbe dare sempre esempio di riserbo, sobrietà e decoro.
Bruno Cavalieri