Attualità
23 Marzo 2026
Silvia Imbesi dell'Unità di strada di Caritas ci racconta storie di lavoro, amicizia e aiuto reciproco tra chi ha perso la casa. Ma resta l'emergenza: "Servono soluzioni stabili"

Dal Grattacielo al San Bartolo, nasce una comunità: “Qui non sono ospiti, siamo noi a sentirci accolti”

di Elena Coatti | 4 min

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A diverse settimane dallo sgombero del Grattacielo, l’emergenza abitativa non è finita. Ma all’ex San Bartolo, dove una parte degli sfollati è stata accolta grazie alla Caritas, sta succedendo qualcosa che va oltre la gestione di una crisi: sta nascendo una piccola, grande comunità.

A raccontarlo è Silvia Imbesi dell’Unità di Strada di Caritas, che vive da vicino la realtà della struttura.

Oggi al San Bartolo ci sono una cinquantina di persone. Tre famiglie senza minori – che potrebbero presto diventare quattro – e molti giovani soli. Tutti, o quasi, lavorano: c’è chi è impiegato nella logistica, chi in campagna, chi fa il lavapiatti o la guardia giurata, mentre alcuni frequentano ancora le scuole superiori o l’università. Tutti avevano una casa al Grattacielo: affittuari o proprietari, con una residenza regolare.

“Si fanno un mazzo tanto – racconta Imbesi -. Si sono organizzati da soli, comprando biciclette elettriche e monopattini per andare a lavoro. Per questo abbiamo allestito una zona apposta per la ricarica”. Gli orari sono i più diversi, spesso fuori città: Interporto, Altedo, campagne. Il pranzo ognuno lo gestisce come può, mentre la sera diventa il momento in cui la comunità si ritrova.

Gli spazi sono essenziali ma dignitosi: sedici stanze che ospitano da due a cinque persone, bagni con docce e vasche, lavatrici e asciugatrici, frigoriferi, una sala refettorio. Mancano i fornelli, perciò i pasti arrivano dalla mensa di via Brasavola, preparati grazie all’aiuto degli scout Agesci e coordinati insieme al Csv. Le squadre di volontari, miste tra Caritas e cittadini, garantiscono una presenza costante.

Ma il cuore di questa storia è un altro.

“Noi andiamo lì per aiutarli e farli sentire accolti – spiega Imbesi -, ma in realtà succede il contrario. Sono loro che accolgono noi”. Gli ospiti chiedono di pulire, si prendono cura degli spazi, mantengono ordine e rispetto. “A volte mi sembra di essere ospite a casa loro”.

La sera, intorno a un tavolo, a causa dei diversi orari di lavoro, si siedono anche in venticinque. Si mangia insieme, si parla, si ride. Molti si conoscevano già, altri si sono incontrati lì per la prima volta. E tra loro nascono amicizie inattese.

Come quella di un padre con una figlia che studia alle superiori. Lui lavora come benzinaio a Bologna, quindi spesso torna tardi a “casa”. Ma c’è un altro signore, un uomo che lavora a Porretta come muratore. Tra loro è nata un’amicizia profonda: nei momenti in cui il padre è via, lui si prende cura della figlia, nonostante la barriera linguistica. “Si guardano e c’è fiducia – racconta Imbesi -. Lei si sente protetta, coccolata. È una dinamica di cura bellissima”.

C’è poi chi si aiuta a compilare documenti, chi dà una mano a creare lo Spid, chi condivide informazioni per trovare casa. Un uomo sulla sessantina, elegante e riservato, ha stretto un legame fortissimo con un gruppo di ragazzi. Piccoli gesti quotidiani che raccontano una convivenza fatta di rispetto e solidarietà, tanto che in diversi cercano affitto insieme.

“Vivono tutti nella stessa situazione, con gli stessi bisogni – dice Imbesi – e questo li ha uniti. Si sentono meno soli”.

Un esempio concreto di integrazione che smentisce molti luoghi comuni. “Si parla tanto di difficoltà nella convivenza tra culture diverse – aggiunge -, ma qui vediamo esattamente il contrario”.

Eppure, l’emergenza resta aperta.

Molti ospiti stanno cercando casa attivamente, qualcuno l’ha già trovata, ma la strada è ancora lunga. “Continuano ad arrivare richieste di aiuto”, afferma Imbesi. Solo nelle ultime settimane, almeno una quindicina di persone e famiglie prima ospitate a casa di amici o famigliari sono di nuovo senza alternative, costrette a chiedere supporto.

Le offerte di alloggi temporanei non mancano, ma non bastano. “Siamo commossi dall’ondata di solidarietà, ma adesso abbiamo bisogno di soluzioni stabili, contratti a lungo termine. Le disponibilità temporanee sono utili, ma non risolvono il problema”.

Nel frattempo, Caritas continua a sostenere la struttura. Oltre ai 130 pasti che quotidianamente servono alla mensa, se ne aggiungo cinquanta per le persone al San Bartolo. Ma le risorse non sono infinite.

E c’è un dettaglio che colpisce: agli ospiti della struttura era stato chiesto un contributo pari al 10% dello stipendio. “Per ora non abbiamo chiesto nulla – racconta Imbesi – e vorremmo non farlo neanche a marzo per lasciare loro le disponibilità economiche per una eventuale caparra di affitto. Ma molti di loro ci fermano e ci chiedono quanto potranno iniziare a pagare”.

Un segno, anche questo, di responsabilità e dignità. Perché al San Bartolo non c’è solo un’emergenza da gestire. C’è una comunità che si sta costruendo giorno dopo giorno, tra difficoltà e speranza.

E per continuare a farla crescere, c’è ancora bisogno di aiuto: volontari, sostegno concreto e donazioni. Si può portare cibo a lunga conservazione, si può offrire un po’ del proprio tempo oppure donare al conto intestato all’Arcidiocesi di Ferrara scrivendo, nella causale, “Caritas Emergenza Grattacielo” (contro Bper Banca IT10R0538713004000000006664).

L’emergenza abitativa a Ferrara non è finita, anche se non fa più notizia. Ma, in mezzo alle difficoltà, qualcosa di importante è già nato.

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