Spettacoli
21 Marzo 2026
Il celebre attore romano torna a Ferrara con "Rumba", capitolo conclusivo della trilogia sulle periferie umane e sociali del nostro tempo

Ascanio Celestini celebra Francesco, il santo delle periferie

(Foto di Pasqualini MUSA)
di Redazione | 3 min

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di Federica Pezzoli

Il primo capitolo, “Laika”, era stato un oratorio laico; il secondo, “Pueblo”, un racconto epico di riscatto; per il terzo e ultimo episodio della trilogia dedicata da Ascanio Celestini agli ultimi che abitano nell’indifferenza – quando non nel disprezzo – le nostre periferie, l’attore si rivolge a chi gli ultimi li ha voluti incontrare e amare per scelta: San Francesco d’Assisi.

Ecco “Rumba. L’asino e il bue del presepe di San Francesco nel parcheggio del supermercato”, al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara fino al 22 marzo: lo sguardo è più disincantato rispetto agli altri due lavori, la denuncia prevale sulla speranza, che tuttavia permane, incarnata soprattutto dalla voce e dall’innocenza di Agata Celestini.

Ritroviamo Pietro, seduto davanti un siparietto rosso, con il corpo di Gianluca Casadei, che con la fisarmonica e la pianola suona le emozioni che Celestini dissemina con le parole fra piccole abat-jour accese, forse richiamo a quelle stelle che aprono e chiudono lo spettacolo, anch’esse piccoli barlumi di speranza in questo mondo che l’umanità non vuole cambiare, ma viverselo e basta, e cassette di plastica, di quelle usate per le bottiglie, simbolo del lavoro di fatica.

Ritroviamo la periferia della società che avevamo lasciato, i non-luoghi della nostra post-modernità – il parcheggio del supermercato, il magazzino della logistica, il bar – e i personaggi che li abitano: Giobbe, vecchio magazziniere analfabeta che “muore in un cesso senza neanche aver pisciato”; un padre arrabbiato con il mondo perché vive giorno dopo giorno l’agonia del proprio figlio; Joseph, migrante, ex detenuto e ora barbone, che al suo paese seppelliva i morti cantandone le storie e parla da esperto quando ci ammonisce affermando che “il Mediterraneo non è un cimitero ma una fossa comune”, perché al cimitero le tombe hanno un nome ed è importante “ricordare il nome dei morti, per seppellirlo nel cuore dei vivi”.

Alle loro storie si alterna quella di San Francesco (e di Santa Chiara), raffigurata sul palco come in un teatrino con i dipinti di Franco Biagioni. Molti prima di Celestini hanno ricordato a teatro l’immagine del Santo di Assisi e la sua vita, ma l’originalità dell’autore romano sta proprio nell’intuizione di fondere le immagini di San Francesco con questo insieme di personaggi: quegli ultimi cui Francesco sarebbe andato incontro.

Un andirivieni continuo tra le immagini di un mondo (forse poi non così tanto) passato e quelle periferie dell’umanità nelle quali Francesco aveva scelto di immergersi, tanto da correre il rischio dell’eresia.

Il cantastorie Celestini ancora una volta non delude e affabula il pubblico con la sua narrazione, capace di semplicità e leggerezza e nello stesso tempo di profondità e poesia. Sfida il pubblico rivolgendosi, nel nostro presente dominato dalla sopraffazione e dall’indifferenza, alla figura di Francesco che per scelta ha rinunciato a ogni forma di possesso e di dominio e ha deciso di andare incontro con l’Altro da sé; attraverso di lui invoca “Miserere mei Deus”, come a chiedere scusa a tutti coloro le cui storie ci ha narrato durante la serata, che meritano di stare nel presepe perché “nonostante tutto quello che vi abbiamo fatto non siete diventati cattivi”.

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