Politica
20 Marzo 2026

Referendum. “Con questa riforma addio alle sentenze coraggiose”

di Redazione | 4 min

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Per la Camera Penale Ferrarese è "gravissimo" quanto accaduto nelle scorse ore davanti agli uffici giudiziari di Tribunale e Procura, dove - nella mattinata di giovedì 19 marzo - sono state ritrovate alcune decine di volantini riportanti frasi ingiuriose e fortemente offensive nei confronti di giudici, pubblici ministeri e avvocati

di Emanuele Gessi

Ultimi atti della campagna referendaria. Mesi che hanno portato, fra l’altro, a un inasprimento della percezione dei magistrati nell’opinione pubblica. Così come a uno sviamento dal punto nodale della riforma proposta dal governo: ovvero il fatto che le sue conseguenze si riverserebbero direttamente sui cittadini. Piuttosto che su una presunta corporazione di magistrati da sconfiggere. E che restituirebbe al Paese una magistratura meno forte nella propria prerogativa di tutela dei diritti delle persone.

Concetti che sono stati affermati all’unisono dagli ospiti dell’evento di chiusura organizzato dal Comitato provinciale Società Civile per il No, che si è tenuto alla Sala della musica di Ferrara giovedì sera, con la moderazione di Marco Zavagli, direttore di Estense.com.

Mesi di attacchi alla legittimità del proprio operato, quelli denunciati dai fautori del no. Ma anche un’occasione per i magistrati “di far conoscere il nostro lavoro a un gruppo ben più esteso di cittadini”, evidenzia Sveva Insalata, la sostituta procuratrice della Repubblica del Tribunale di Ferrara.

Un periodo di ‘bottega aperta’ importante per rendere maggiormente intellegibile un concetto: “Il ruolo del pubblico ministero è molto delicato. È il primo magistrato terzo e imparziale che il cittadino trova sulla sua strada. Trovo improprio identificarlo con la pubblica accusa. È nella ricerca della verità che si sintetizza la sua funzione fondamentale”. Un valore che rende la battaglia per il no al referendum del 22 e 23 marzo non una presa di posizione “a difesa di una casta”, ma un sollevamento a tutela del bene comune “perché ritengo che l’intrusione, che si paventa molto penetrante, della politica sulla magistratura, vada a deperimento dei cittadini stessi”.

Per spiegare dove si annidino i pericoli della riforma, Stefano Celli pesca dal proprio armamentario una similitudine: “Senza magistrati e giudici con pieni poteri – dice il vicesegretario generale dell’Anmnon c’è giustizia, così come senza ospedali non potrebbe esserci ancora salute”. Il perché bisognerebbe avere paura di questa riforma, Celli lascia intendere che sia piuttosto evidente: “Con questa riforma diventiamo dei soggetti più condizionabili, che possono essere intimiditi. Si tenga a mente che chi fa questo mestiere il suo stipendio continuerà a riceverlo, ma i cittadini che avranno bisogno di essere tutelati a quel punto dove andranno?”.

Celli prosegue analizzando gli effetti della Alta corte disciplinare, viziata in partenza dal fatto che “il magistrato che volesse fare appello alle decisioni della Corte disciplinare dovrebbe farlo davanti alla Corte stessa”.

Una situazione che porterebbe, secondo il vertice di Anm, alla “fine delle sentenze coraggiose”. Così come a una dismissione dell’interpretazione delle norme che viene data oggigiorno “guardando alla Costituzione e alle norme europee”. Un modus operandi “che ci ha fatto fare grandi passi in avanti” che però ha la colpa di “mettere i bastoni fra le ruote al governo”.

Quando il microfono arriva nelle mani di Paolo Veronesi il ritratto si estende. “Una riforma furba”, la definisce l’ordinario di giurisprudenza a Unife, facendo riferimento a intenzioni che vengono “raggiunte per vie barocche che impediscono di riscontrare immediatamente qual è l’obiettivo se non si hanno alcune coordinate”. Per cui “bisogna entrare nei meandri”, afferma. Dove “gli errori sono sistematici”.

Ed è “un paradosso della logica”, insiste, pensare che fino ad oggi la terzietà del giudice non sia stata effettiva. Ma è anche necessario allargare il campo al contesto normativo e unire i puntini. Così Veronesi dipana un tentativo diffuso in Europa e Usa di “progressiva erosione dei principi costituzionali, primo fra i quali quello della separazione dei poteri”.

Restando invece sulla situazione italiana, “questa riforma farebbe sistema” con altri progetti legislativi sotto traccia. Esemplifica citando il premierato “che avrebbe lo scopo di concentrare il potere sull’esecutivo”, ma anche la riforma della Corte dei conti, già resa realtà nei mesi scorsi, “che ha limitato le unghie” all’organo amministrativo.

Non è da meno Massimo Buja, che nel suo intervento identifica la riforma della giustizia come “un cavallo di Troia”, un apripista “per entrare nella cittadella del titolo IV della Costituzione e modificarne sette articoli”, denuncia l’avvocato del foro di Ferrara.

Nel mirino ci sarebbero gli assetti costituzionali “attraverso la modifica del Consiglio superiore della magistratura con l’introduzione dell’inaccettabile sorteggio”. Mentre la separazione delle carriere sarebbe “un pretesto, un problema francamente superato”.

Ciò di cui avrebbe bisogno la giustizia è altro, esplicita Buja, evocando una serie di interventi che in tutti i casi richiederebbero maggiori fondi: “Siamo in un sistema in cui manca personale delle cancellerie, mancano magistrati. I sistemi di implementazione informatica sono carenti. Servirebbero delle dotazioni economiche consistenti per far funzionare meglio il servizio giustizia, più che una riforma come questa”.

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