Attualità
23 Marzo 2026
Il racconto della consigliera di parità della provincia di Ferrara: "Il testo della riforma centralizza e indebolisce un sistema che funziona da trent'anni"

Tra lavoro e figli, quando la soluzione passa da una mediazione che rischia di sparire

di Elena Coatti | 5 min

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C’è una parola che torna più volte nelle parola di Annalisa Felletti, consigliera di parità della provincia di Ferrara: prossimità. È da lì che bisogna partire per capire cosa fa davvero questa figura e perché oggi è al centro del dibattito sulla riforma in discussione a livello nazionale.

La consigliera di parità è un presidio pubblico che esiste da oltre trent’anni e che nel tempo ha costruito una presenza diffusa sui territori. Non è solo un ufficio, ma un punto di accesso diretto, gratuito, per chi ritiene di aver subito una discriminazione sul posto di lavoro. “Parliamo di una figura con una dimensione storica consolidata – spiega Felletti – che consente di offrire tutela gratuita e di prossimità alle donne, alle lavoratrici e a chi si ritiene vittima di discriminazioni di genere”.

È proprio questa vicinanza a fare la differenza. Nel suo lavoro quotidiano, Felletti si occupa soprattutto di mediazione. Le persone arrivano per lo più spontaneamente, tramite passaparola, sindacati o segnalazioni dell’Ispettorato del lavoro. Il suo obiettivo, chiarisce, non è solo denunciare ma “conservare il posto di lavoro”.

Il metodo è concreto: si ascolta la lavoratrice, si contatta l’azienda, si apre un confronto e si cerca una conciliazione. Nella maggior parte dei casi, racconta, le aziende si mostrano disponibili e la mediazione ha esito positivo.

I problemi che emergono sono spesso gli stessi. Da un lato, le difficoltà nel conciliare lavoro e carichi familiari, soprattutto per chi ha figli piccoli o genitori anziani a cui badare. Dall’altro, le discriminazioni sul lavoro legate al genere. I numeri parlano chiaro: quando un genitore si dimette entro il primo anno di vita del figlio, il rapporto è circa 80 a 20. Il numero più alto riguarda le donne, che nelle motivazioni delle dimissioni scrivono di non riuscire a tenere insieme lavoro e cura. Gli uomini, invece, quando lo fanno, è più spesso perché hanno trovato un’altra occupazione.

Tra i casi seguiti, Felletti ne ricorda uno emblematico. Una lavoratrice con due figli piccolissimi, uno di pochi mesi e l’altro sotto i due anni, si trova di fronte a una scelta drastica dopo il periodo di congedo: ottenere un part-time oppure dimettersi. Il compagno non intende usufruire del congedo parentale, una resistenza che racconta quanto il problema sia anche culturale. “Era disperata, piangeva”, ricorda Felletti. A quel punto interviene la consigliera: contatta l’azienda, apre un dialogo, prova a costruire una soluzione. È qui che la funzione di mediazione diventa decisiva, perché rende concretamente praticabili diritti che altrimenti resterebbero sulla carta.

Questo lavoro, però, oggi rischia di cambiare radicalmente. La proposta di decreto legislativo prevede infatti l’istituzione, dal 1 gennaio 2027, di un Organismo per la parità unico, collocato a Roma, con l’abolizione della consigliera di parità nelle sue articolazioni regionali e provinciali. “Io la considero un’involuzione, un peggioramento rispetto a un sistema consolidato da molti anni“, commenta Felletti.

La critica non è solo politica. Secondo la consigliera, la riforma potrebbe entrare in tensione anche con il diritto europeo. Si tratta infatti dell’attuazione di due direttive Ue, la n. 1499 e la n. 1500 del 2024. “Le direttive prevedono una clausola di non regresso, cioè gli Stati non possono introdurre un sistema peggiorativo rispetto a quello esistente“, precisa Felletti. Una posizione condivisa da tutta la rete delle consigliere di parità, emersa anche in un recente confronto a Roma con i tecnici del Ministero del Lavoro.

Durante quell’incontro, racconta Felletti, è stato chiarito che, anche in assenza di una previsione nazionale, le amministrazioni locali potrebbero scegliere di mantenere la figura. Ma proprio questo, secondo la consigliera, è uno dei nodi più problematici. “Se viene lasciato alla discrezionalità delle autonomie locali, si creeranno disparità tra territori. Ci saranno amministrazioni che garantiranno continuità e altre che non lo faranno”. Il rischio è evidente: diritti diversi a seconda del luogo in cui si vive.

Sul piano locale, tuttavia, la situazione ferrarese appare più rassicurante. “In questi tre anni ho trovato un’amministrazione provinciale molto attenta e sensibile”, confessa. Il rapporto con la Provincia è improntato alla collaborazione alla condivisione degli obiettivi e sono stati avviati progetti significativi sui temi della parità. “Non sono preoccupata per Ferrara“, aggiunge, pur sottolineando che il problema resta a livello nazionale.

Il punto, infatti, è cosa accadrebbe senza una rete diffusa. “Una lavoratrice che subisce una discriminazione dovrebbe rivolgersi a un avvocato a pagamento oppure mandare una Pec a Roma, che forse qualcuno leggerà“. Verrebbe meno quella funzione di prossimità che oggi consente un intervento rapido, accessibile e spesso risolutivo. E con essa, anche la possibilità di agire prima che le situazioni si aggravino.

Per Felletti, il sistema attuale non è perfetto ma andrebbe rafforzato, non smantellato. Il limite principale riguarda le risorse: ad esempio, non esiste un fondo spese per sostenere le azioni legali, il che riduce le possibilità di tutela. “Questo limita la gamma di interventi che possiamo offrire”, spiega.

La partita, in ogni caso, è ancora aperta. La rete delle consigliere si è attivata, ha elaborato un documento di osservazioni critiche e si sono mobilitati anche soggetti istituzionali e sindacali (Cgil, Cisl e Uil). L’auspicio è che il testo definitivo tenga conto delle criticità emerse.

La legge dovrebbe rilanciare l’equità e la parità, non rappresentare un passo indietro“, conclude Felletti. E soprattutto, non perdere quel principio che in questi anni ha fatto la differenza: la possibilità, per chi subisce una discriminazione, di trovare qualcuno vicino, in grado di ascoltare e intervenire. Perché quando i diritti si allontanano, spesso smettono anche di essere esercitati.

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