Referendum. M5S: “Mette in discussione l’indipendenza della giustizia”
Il Movimento 5 Stelle di Ferrara rilancia l’appello del presidente Giuseppe Conte, che da Palermo ha invitato i cittadini a mobilitarsi in vista del referendum sulla giustizia
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"Ciò che sta avvenendo in questi giorni nel centro monumentale di Ferrara supera ogni limite di tollerabilità per chi ha a cuore la storia, la bellezza, lo spessore culturale della nostra città". Numerose associazioni culturali criticano duramente l'uso degli spazi pubblici fatto dall'amministrazione
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di Leonardo Fiorentini*
Voterò no al referendum sulla riforma della giustizia voluta da Meloni e Nordio. Sento il bisogno di spiegare perché, visto che nutro profondo rispetto per alcune delle persone che voteranno sì in nome del garantismo.
La prima ragione è che, in un quadro che vede già una netta separazione delle funzioni, la cosiddetta “separazione delle carriere” appare essenzialmente come un richiamo ideologico, che nasconde il vero cuore della riforma.
La costruzione di due organi separati di autogoverno, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, non farà altro che rafforzare la figura dei PM, che nomineranno in autonomia i procuratori generali; la nuova Alta Corte disciplinare servirà invece a porre sopra la loro testa la spada di Damocle di un sistema disciplinare nel quale il peso della politica potrà essere predominante.
Ed è qui che cade immediatamente la retorica garantista del sì. Basterebbe leggere gli slogan della campagna della destra di governo per farsene una ragione. La riforma, per alcuni, garantirebbe l’indagato – non si sa bene come – ma, allo stesso tempo, per molti altri permetterebbe di tenerlo in galera e magari buttare via la chiave.
La reale motivazione della riforma, in pieno stile orbaniano, è aprire un ombrello politico sull’autonomia della magistratura. Il potere esecutivo ormai controlla quello legislativo attraverso i voti di fiducia – mai così numerosi da quando esiste la Repubblica – e attraverso il ricatto delle ricandidature. Il Parlamento è stato talmente compresso da essere ormai, di fatto, un organo monocamerale, alla faccia della bocciatura popolare della riforma Renzi.
Anche il premierato, nei fatti, esiste già. Ora si vuole normalizzare la giurisdizione, addomesticarla per ricondurla entro i confini della linea politica dell’esecutivo. È chiaro nei messaggi di Meloni e compagni: una giurisdizione autonoma e indipendente, capace di garantire i diritti inviolabili dei cittadini a prescindere dal volere della maggioranza di governo, è considerata troppo fastidiosa. Così succede che i giudici applichino norme spesso scritte male dagli stessi che poi si lagnano delle sentenze, interpretandole secondo Costituzione e diritto internazionale. Se i decreti sicurezza hanno compresso lo spazio civico e il diritto al dissenso – i manganelli sono pronti da un pezzo – ora tocca ai tribunali.
Le future leggi ordinarie che dovranno definire composizione, elezione, sorteggio e funzionamento di questi organismi saranno poi scritte e approvate dagli stessi che oggi stanno rispolverando la legge elettorale fascista di Acerbo e la legge truffa di Scelba, ma senza preferenze.
È impossibile separare il merito dal contesto: una campagna referendaria mistificatoria, un sistema di potere che cerca di salvaguardare sé stesso, un governo autoritario che controlla il Parlamento e limita il dissenso nelle piazze, una riforma scritta male e in alcune parti di difficile applicazione.
Per questo voterò no, contro la subordinazione strisciante della giurisdizione al potere politico. In una democrazia costituzionale questo non è un dettaglio: è una linea rossa.
*Consigliere comunale Civica Anselmo
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