di Emanuele Gessi
Ultimi colpi di campagna referendaria. Alla Camera di commercio si è svolto mercoledì un corposo incontro sulle ragioni del sì, organizzato dalla Camera penale ferrarese, in vista della chiamata alle urne del 22 e 23 marzo.
Antonino Monteleone apre stigmatizzando “l’ecosistema mediatico”, di cui fa parte come giornalista e conduttore televisivo, ma in cui si sente in minoranza come sostenitore della riforma. E attacca sostenendo che “una parte consistente” dei giornali sarebbe schierata per il no perché viene messo a rischio “il meccanismo di scambio che oggi esiste nell’ambito del processo penale tra i magistrati del pubblico ministero e l’esigenza di pubblicazione di notizie a basso costo”. Canali preferenziali e garanzie di immunità, queste le accuse di Monteleone allo status quo che permette di “non pagare alcuna conseguenza sotto il profilo della pubblicazione arbitraria degli atti del procedimento penale”. Se vince il sì ci sarà “un miglioramento dell’ecosistema mediatico, costringendo i giornalisti a seguire i processi dall’inizio alla fine”. Se invece vincesse il no auspica che “non verremo sciolti nell’acido, noi eretici che abbiamo osato mettere in discussione il sistema”.
Evocare lo scenario in cui a trionfare fosse il no non è un tabù nemmeno per Beniamino Migliucci, presidente della Fondazione dell’unione delle camere penali italiane, che si dice certo che in quel caso si configurerebbe una “Repubblica giudiziaria” in cui l’Anm (Associazione nazionale magistrati) si sentirebbe legittimata dal consenso popolare e si vendicherebbe di chi ha sostenuto la riforma Nordio.
Critiche all’Anm che piovono anche dalle dichiarazioni di Luca Marini per la decisione dell’associazione di trasformarsi “miracolosamente in una parte politica”. Dice il già presidente del Tribunale di Ferrara che con il referendum sono in gioco “le possibilità di dar vita a un processo giusto”. Ma anche quelle di fermare le correnti che oggi “lottizzano ogni aspetto del Csm (Consiglio superiore della magistratura, ndr)”. Critica il fatto che le logiche correntizie rallenterebbero l’avvicendamento fra le cariche dirigenziali degli uffici giudiziari: “Ci vuole oltre un anno”, denuncia. Sostenendo che con la riforma si abbatterebbero queste tempistiche, dal momento che verrebbe eliminata la necessità di arrivare a dei compromessi fra le varie coalizioni rappresentative.
Un principio di terzietà del giudice “non effettivamente attuato” ed eticità dei procedimenti disciplinari da rivedere sono i cavalli di battaglia di Alessandra Palma. La componente del Comitato per il sì dell’Unione delle camere penali italiane porta dei numeri per avvalorare le proprie tesi. “Il 96,5% degli esposti odierni non arriva nemmeno al Csm”, afferma per rimarcare la necessità di istituire un’Alta corte disciplinare. Ed esorta a un atto di responsabilità degli elettori perché “votare no non è senza conseguenze, significa permettere che le cose rimangano come sono”.
Nicola Mazzacuva torna indietro nel tempo e ripercorre le tappe di quella che ritrae come una battaglia di lunga data, che prima di questi ultimi mesi “non aveva mai generato tutto questo scandalo”. Il presidente del Consiglio delle camere penali italiane prende di mira le dichiarazioni della sinistra: “Si è trasformata in una contrapposizione politica, nella peggiore accezione del termine”. Quindi tira la volata alla separazione delle carriere nel nome di una “conquista fondamentale di civiltà”.
In apertura i saluti istituzionali sono stati portati da Cecilia Bandiera, presidente della Camera penale ferrarese.
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