Ho letto con estremo interesse le recenti riflessioni dell’architetto Romeo Farinella pubblicate su Estense.com in merito al rischio che Ferrara possa, un giorno, perdere il prestigioso riconoscimento Unesco.
Il monito dell’architetto non è solo un esercizio accademico, ma una fotografia cruda di una realtà che noi cittadini viviamo quotidianamente: la trasformazione del centro storico da “bene comune” a spazio di consumo intensivo.
In questo contesto, sorge spontanea una domanda che rivolgo all’Amministrazione e alla cittadinanza: come è possibile permettere che, per quasi due settimane, venga occupato non solo il listone di Piazza Trento e Trieste, ma persino il sacrato del Duomo?
Il riconoscimento Unesco non è una medaglia da esibire per attrarre flussi turistici, ma — come giustamente sottolineato da Farinella — una responsabilità che impone la tutela dell’integrità visiva e spirituale dei nostri monumenti. Il sacrato di una Cattedrale non è un’estensione del suolo pubblico per fini commerciali o ludici; è uno spazio di rispetto, un “filtro” sacro che appartiene alla comunità dei fedeli e alla storia della città.
Vederlo occupato da strutture ed eventi per tempi così prolungati, specialmente in un periodo di profondo significato spirituale come la Quaresima, denota una preoccupante mancanza di sensibilità.
La Quaresima invita alla riflessione e alla sobrietà, valori che stridono violentemente con l’ingombro fisico e acustico di allestimenti che sembrano ignorare del tutto la funzione religiosa e simbolica della Cattedrale.
Se continuiamo a considerare ogni metro quadro del nostro centro come uno spazio da “mettere a rendita” o da riempire a ogni costo, rischiamo davvero di svuotare Ferrara della sua anima.
L’architettura rinascimentale di Biagio Rossetti ci insegna l’equilibrio e l’armonia; l’attuale gestione degli spazi sembra invece inseguire un’ipertrofia degli eventi che soffoca i monumenti anziché valorizzarli.
Chiedo quindi se non sia giunto il momento di porre dei limiti chiari, rispettando la sacralità dei luoghi e la dignità di un patrimonio che è di tutti, non solo di chi lo gestisce temporaneamente. Prima che sia troppo tardi, e prima che quel titolo di “Patrimonio dell’Umanità” diventi solo un ricordo sbiadito su una targa.
Cordiali saluti,
Andrea Vinci