di Diego Marani*
Il catafalco apparso in Piazza Trento e Trieste a Ferrara in questi giorni è un mausoleo dei tempi moderni, ennesimo tempio dell’adorazione del vuoto, della voragine di nulla in cui da alcuni anni è sprofondata la società ferrarese. Una struttura gigantesca, industriale, invadente, piantata in mezzo a fragili marmi medievali e architetture rinascimentali, nel cuore di uno dei paesaggi urbani più delicati d’Italia e d’Europa, non è solo una bruttura capitata per caso, per qualche giorno. È un segno, un sintomo di un male profondo. L’eterna discussione sulla supremazia culturale fra destra e sinistra e sulla ricerca da parte della destra di una sua cultura propria, qui perde ogni rilevanza. Chi ha voluto questo catafalco in piazza a Ferrara è nemico di qualsiasi tipo di cultura.
Perché solo gente profondamente ostile alla cultura può portare a trattare il centro storico di una città come Ferrara come se fosse un piazzale fieristico qualsiasi. Solo chi non ha alcuna idea di cosa rappresentino quei monumenti può immaginare di piantare un apparato mastodontico di acciaio, casse acustiche e riflettori davanti alla cattedrale, come se il patrimonio storico fosse una scenografia neutra su cui montare qualsiasi circo di intrattenimento. E solo una città ormai assuefatta al brutto e alla ripetuta dissacrazione dei suoi monumenti può accettare questo scempio senza reagire.
Ferrara non è un contenitore vuoto. È una città che ha costruito la propria identità su un equilibrio fragile tra spazio urbano e memoria storica. La piazza è il risultato di secoli di stratificazioni: medievali, rinascimentali, moderne, di restauri e nuovi rinvenimenti. La città nei secoli si è sviluppata nelle forme e negli spazi tracciati da ognuna delle sue civiltà. È un ecosistema culturale, un luogo che vive di proporzioni, di vuoti, di relazioni tra edifici che sono sia estetiche che storiche.
Mettere al centro di questo spazio un palco mastodontico e brutalista significa affermare una cosa molto precisa: che tutto quel che c’è attorno non conta nulla, addirittura dà fastidio.
Il problema non è il concerto, naturalmente. I concerti si possono fare. Ferrara ha spazi più che adatti ad accogliere eventi di massa. Il problema è la scelta deliberata di occupare il cuore monumentale della città con un oggetto smisurato e invadente che cancella la piazza e la trasforma in fondale scenografico. È una concezione della cultura come intrattenimento che saccheggia i luoghi invece di rispettarli e valorizzarli.
E c’è un dettaglio che racconta bene questo cambiamento. Durante il montaggio del palco, fra autocarri che manovravano e impalcature che venivano montate con grande rischio di danno ai monumenti, si è vista addirittura gente sedersi sui leoni medievali davanti alla cattedrale come se fossero paracarri. I leoni sono sempre stati accessibili. Non sono mai stati protetti da transenne o da cartelli. Fanno parte della vita quotidiana della piazza. Ci si sedeva accanto, ci si fermava in bicicletta a chiacchierare, si passava una mano sul marmo aranciato, ma non li si cavalcava. Non perché fosse proibito ma perché la città sentiva istintivamente che quelle sculture meritavano rispetto. Erano presenze antiche, familiari, come vecchi nonni di pietra che si sa essere fragili. Oggi quel sentimento sembra scomparso.
Quando una piazza storica viene trasformata in un colossale palcoscenico per l’intrattenimento, anche i monumenti smettono di essere monumenti. Diventano oggetti qualsiasi, parte dell’arredo temporaneo di un evento, baracche da fiera. Ed è qui che emerge il vero problema: l’unica protesta che si leva a Ferrara contro questa sopraffazione della volgarità e dell’ignoranza è quella degli ambulanti privati dei loro spazi di commercio. Questa è l’unica indignazione di cui la città è capace. Dilaga invece la compiacenza per gli affari che faranno i locali. Si venderanno tanti panini e bibite a ettolitri: evviva, siamo ricchi… Una maggioranza dei ferraresi sembra non capire più e forse neppure conoscere la sua cultura, la sua tradizione, il valore non solo artistico ma anche simbolico dei monumenti cittadini. Il duomo, il castello, i marmi medievali, le chiese, i quadri, i palazzi rinascimentali sembrano non essere più per i ferraresi un patrimonio da custodire ma solo un ingombro. Una presenza muta che ricorda continuamente ciò che non si sa più capire e tantomeno apprezzare. E quando qualcosa non lo si capisce, spesso lo si percepisce come una minaccia. Per questo riempire le piazze storiche di strutture mostruose, apparati tecnici, scenografie faraoniche è un modo di combattere il bello con il brutto, la cultura con la brutalità. Neutralizzare la bellezza divenuta indecifrabile, circondarla di rumore e ingombro finché non smette di parlare, finché non smette di buttare in faccia a chi non la capisce la sua colossale ignoranza. Viene in mente l’immagine di quei film di fantascienza dove trogloditi con la clava in mano si aggirano fra le rovine di monumenti di grandi civiltà scomparse. Ci siamo quasi.
I monumenti sono testimoni severi. Ricordano che una città esisteva molto prima degli abitanti di oggi e continuerà a esistere dopo di loro. Ricordano che la cultura non è un palco da montare e smontare in tre giorni ma qualcosa di molto più esigente, qualcosa che esige uno sforzo, che richiede studio, una conquista. E soprattutto impone una responsabilità. Nei confronti del futuro, delle nuove generazioni, dell’identità della città, della tradizione di quella Nazione che la destra pure dice di voler difendere e che qui invece si oltraggia.
Lo abbiamo visto tante volte in passato, lo vediamo ancora oggi nella piazza dissacrata di Ferrara: chi ha paura della cultura cerca sempre di fare la stessa cosa: soffocarla, oggi coprendola di rumore, di bruttura, di ferraglia, finché non si vede né si sente più. Via libera all’istupidimento collettivo. Ci siamo già.
*scrittore e intellettuale ferrarese
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