In un contesto internazionale segnato da un crescente irrigidimento delle politiche migratorie, il dibattito sull’immigrazione torna al centro anche a Ferrara, in particolare attorno alla complessa vicenda del grattacielo e della zona Gad. Nel loro intervento pubblico, i rappresentanti dell’Associazione degli Studenti del Continente Africano (Ascaf) invitano a guardare al fenomeno con uno sguardo più ampio, che tenga insieme integrazione, responsabilità civica e gestione equilibrata del territorio.
Secondo l’associazione, il contesto globale dimostra come il tema migratorio sia sempre più delicato. “In un mondo che gira contro l’immigrazione a livello globale, si veda la U.S. Immigration and Custom Enforcement (Ice), il problema del grattacielo di Ferrara diventa più complesso di quanto si possa immaginare e va affrontato tenendo conto di alcuni aspetti”.
Il primo punto riguarda il ruolo degli stessi migranti nel processo di integrazione. L’associazione sottolinea l’importanza dell’impegno personale e culturale nel rapporto con la società che accoglie. “Come immigrati o figli di immigrati crediamo che sia fondamentale mirare all’eccellenza per commentare alla popolazione chi sono questi ‘altri da noi’ per meglio essere gli strumenti che possano facilitare la cosiddetta integrazione”.
In questo percorso, uno degli elementi ritenuti decisivi è la lingua. “La lingua è imprescindibile per la comunicazione e la condivisione, ciò senza perdere la propria identità”. Allo stesso tempo, l’associazione rivendica il valore della diversità culturale: “La ricchezza culturale è proprio la somma delle differenze che non escludono”.
Nel loro intervento viene anche richiamato il tema dei comportamenti civici come base della convivenza. “Comportarsi bene è un atto di civile educazione sia per gli uni (migranti) che per gli altri (nativi)”. In questa prospettiva, il lavoro rappresenta un elemento fondamentale di integrazione e sviluppo. “Lo status di ‘lavoratore’ è un principio molto condivisibile sia per l’autoctono sia per chi proviene da lontano avendo lasciato la propria terra per venire a lavorare”.
L’associazione ricorda inoltre il peso storico dei pregiudizi che ancora oggi influenzano il dibattito pubblico. “La storia coloniale ha sempre messo i due mondi in contrapposizione e rimanda a degli stereotipi del ‘buon bianco’ e del ‘buon nero’ che però è buono fintantoché ubbidisce e basta. Il mondo non è solo bianco e nero”.
Nel documento viene rievocato anche un episodio risalente a circa vent’anni fa, quando al Comune di Ferrara si discuteva dell’istituzione della figura del consigliere comunale aggiunto per rappresentare i cittadini stranieri, “con il diritto di parola senza però quello di voto”. In quell’occasione l’associazione avanzò alcune proposte: rafforzare l’importanza della conoscenza della lingua italiana e prevedere che il consigliere aggiunto fosse eletto da tutti i cittadini, italiani e migranti. Tuttavia, ricordano, “queste due proposte furono bocciate in blocco”.
Un altro nodo riguarda la distribuzione degli immigrati sul territorio urbano. Secondo l’associazione, le amministrazioni avrebbero dovuto intervenire con strumenti specifici. “La giunta comunale avrebbe dovuto varare delle ordinanze mirate per uniformizzare il più possibile la dislocazione degli immigrati su proprio il territorio”.
Il fenomeno migratorio, sottolineano, richiede infatti una gestione equilibrata. “L’immigrazione è un fenomeno che va governato nel senso dell’equità”. In particolare, l’associazione ricorda come dopo la guerra in Libia del 2011 e la morte del colonnello Muammar Gheddafi l’Italia si sia trovata impreparata a un aumento consistente degli arrivi.
Nel caso del grattacielo di Ferrara, l’associazione descrive una situazione degenerata nel tempo. “Molti cittadini autoctoni hanno dovuto svendere i loro appartamenti per trasferirsi altrove a causa dell’estrema concentrazione degli immigrati nell’edificio”. Secondo il documento, circa l’80% degli appartamenti risultava occupato da immigrati, con problemi legati a sublocazioni irregolari, prostituzione e spaccio.
Vengono ricordate anche le criticità strutturali e sociali che negli anni hanno caratterizzato l’edificio: sfratti, case finite all’asta, ascensori fuori servizio e gravi difficoltà per residenti fragili. “Sappiamo di casi di donne incinte che si facevano 15 piani a piedi”, si legge nell’intervento, così come situazioni complicate per anziani malati e famiglie con bambini.
La vicenda del grattacielo si intreccia anche con la storia recente della zona Gad. Nel 2019 l’attuale amministrazione comunale vinse le elezioni puntando sulla sicurezza del quartiere e sostenendo il lavoro di un comitato di residenti nato nel 2013. Il gruppo, composto da cittadini italiani e migranti, era guidato dall’ex bancario in pensione Roberto Zaramella, che nel frattempo ha lasciato l’edificio dopo aver venduto il proprio appartamento.
Guardando al futuro, l’associazione ribadisce la disponibilità a contribuire al dibattito pubblico. “Come nel passato siamo disposti a dare il nostro contributo per una riflessione sul fenomeno migratorio che vada oltre l’emergenza del momento e permetta una maggiore coesione sociale”.
Un tema che, secondo l’Ascaf, deve tenere insieme solidarietà e responsabilità. “Tutti gli esseri viventi hanno diritto alla solidarietà”. Ma allo stesso tempo, si legge nel documento, è comprensibile che una parte della popolazione possa chiedere regole chiare: “È comprensibile capire che dei gruppi umani possano pensare che se esistono dei delinquenti non c’è bisogno di importarne altri”.
Per questo l’associazione conclude rilanciando le proposte già avanzate in passato, ritenute ancora attuali: politiche di integrazione fondate sulla lingua, sulla partecipazione civica e su una gestione più equilibrata del fenomeno migratorio, condizioni ritenute indispensabili per costruire una reale coesione sociale.
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