Attualità
15 Marzo 2026
Una giovane alunna di seconda media consegna un tema che racconta come la sua vita e quella della sua famiglia sia drasticamente cambiata

Bambina sfollata dal Grattacielo: “La mia anima non parla più”

di Redazione | 3 min

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Si chiama “La mia casa”. Una casa che dovrebbe essere “un luogo sicuro che protegge”. Ma la sua casa, ormai “non esiste” più.

“La mia casa” è un tema consegnato al termine di un compito in classe al docente di italiano da una bambina che frequenta la seconda media di una scuola di Ferrara.

La sua casa era il Grattacielo, dove viveva fino allo sgombero del 12 febbraio insieme ai genitori e ai tre fratelli.

“La mia casa non esiste, la casa è un luogo sicuro che protegge, che ripara dal freddo, dal male, dalle persone – è l’inizio del tema -. Non tutti riescono ad avere una casa, anche se ci provano, le persone che vedono bambini, famiglie, nonni morire di fame per strada, si sentono più forti, pensano che loro stessi sono persone vere, pulite ed educate, anche se fanno soltanto il minimo indispensabile”.

E poi, invece, ci sono “le persone umiliate da tutti” che “soffrono, lavorano tutto il giorno, fanno sacrifici per i propri figli, ma alla fine finiscono per strada senza avere una casa che li protegga”.

Dopo il preambolo la piccola inizia a parlare della sua storia personale: “Io ho una storia abbastanza dolorosa con la mia casa, dove mio padre ha lottato tutto il giorno senza risultati; mia madre ha chiesto aiuto ma si sono fatti tutti da parte, tranne due amiche, ci hanno invitato a casa loro, ci volevano accogliere. Queste sì che sono vere persone”.

Il pensiero va quindi al genitore, descritto come “un gran lottatore fin da giovane, soprattutto se provano a fare del male alla sua famiglia, non è la prima volta che lottiamo per stare in casa nostra, ma questa volta è impossibile vincere”.

E si arriva alla fatidica data che tutti conoscono: “Il 12 febbraio alle 6:32 di mattina eravamo tutti svegli a portare fuori le nostre cose, per fortuna non siamo rimasti davanti a casa, con la pioggia che scendeva dicendo addio alla mia casa”.

La famiglia è stata portata in via Modena, “in un hotel. La ‘casa’ che ci hanno dato è piccola, non ha porte, il tetto gocciola, e ci sono tre lavatrici per tutti quelli che vivono lì. A me manca la mia vecchia casa, dove litigavamo per la scrivania, stavamo sempre insieme di sera ma adesso no, mio padre ormai è sempre fuori, io e le mie sorelle in camera, mia sorella più piccola all’asilo e mia madre sempre in cucina. Mi manca la mia vecchia vita, quella che odiavo ma non volevo perderla, voglio tornare nei momenti insieme”.

In questo mese la sua famiglia osserva il Ramadan, “dove io e la mia famiglia stretta stiamo ancora più legati, dove guardiamo le serie divertenti, dove a un certo punto mangiamo tutti insieme, dove io e le mie sorelle corriamo a finire i compiti”.

Però “adesso siamo separati, non guardiamo più niente, mangiamo in silenzio e poi ognuno a finire quello che stava facendo. È un dolore inspiegabile con le parole, ma si vede perfettamente dagli occhi e dalla mia anima che non parla più”.

La riflessione scritta dell’alunna si allarga all’intera società civile: “Ovviamente io sono grata per il tetto che ho sopra la mia testa, ma non è l’unica cosa che può fare l’Italia. Ci hanno buttato lì, pensando stessimo zitti, senza provare ad avere di nuovo la nostra dignità e soprattutto la nostra casa”.

“In classe abbiamo parlato di Tasyr Batniji – racconta -, un artista palestinese che ha perso la casa a Gaza ma non si è arreso, non ha lasciato andare i suoi ricordi, ha preso le chiavi della sua vecchia casa e le ha trasformate in vetro, le ha rese fragili”.

“Sembra una cosa banale – conclude -, ma non è banale: è speciale l’idea di creare le chiavi di vetro, di crearle delicate, come tutto quello che aveva nella casa”.

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