Sono trascorsi dieci anni da quando i macchinari della cooperativa Girasole si sono rimessi in moto. Era il 14 marzo del 2016 quando nello stabilimento di Porto Garibaldi riprese l’attività della lavanderia industriale. Una sfida imprenditoriale che, all’inizio, sembrava tutta in salita ma che oggi racconta una storia diversa: le persone occupate sono più che raddoppiate e il fatturato è più che triplicato.
Tutto parte da ancora prima, dal 2013, quando a seguito della riorganizzazione di Servizi Ospedalieri venne chiuso l’impianto di Porto Garibaldi. Le lavoratrici rimaste dovevano trasferirsi a lavorare nello stabilimento di Ferrara. Questo significava prendere la corriera prima dell’alba e, dopo il lavoro, tornare con la stessa corriera la sera. Impossibile la conciliazione con i tempi di vita. Soprattutto per chi aveva figli in età scolastica.
E così al loro collega Matteo Tomasi, manutentore nelle lavanderia industriali, venne un’idea. “Perché non rileviamo noi lo stabilimento dopo il fallimento e diventiamo imprenditori di noi stessi?“.
Ma, come dice ancora oggi Tomasi, ogni idea ha bisogno di un supporto e ogni parola ha bisogno di un orecchio che l’ascolti. Quel supporto e quell’orecchio arrivarono da Legacoop Estense, che mise a disposizione i propri bracci operativi di Cfi, Coopfond e Coopim per assicurare i finanziamenti iniziali.
Il resto lo fecero loro, le lavoratrici, che, una volta licenziatesi, misero la propria buonuscita a capitale sociale e partirono.
È stato il primo esempio (e al momento l’unico) di workers buyout in provincia di Ferrara. I finanziamenti iniziali servirono per acquistare macchinari. Le abilità e le professionalità c’erano già: erano le persone che stavano fondando quella cooperativa.
E così nel marzo di dieci anni fa partì questa avventura tutta femminile, che oggi festeggia un fatturato più che triplo di quello iniziale. Se nel 2016 l’anno fiscale si chiuse con 774.114 euro, oggi parliamo di 2.642.707 euro. Un ‘regalo’ a un territorio in termini di valore.
Oltre al fatturato in crescita, la gestione della cooperativa ha permesso anche di ripianare i debiti. I 545.000 euro di finanziamenti erogati nel 2015 (cui se ne sono aggiunti l’anno scorso 160.000 per investimenti) sono stati quasi tutti rimborsati. Quest’anno terminano i piani di ammortamento.
I numeri sorridono anche dal punto di vista della compagine societaria. Se all’inizio i soci erano 14, oggi se ne contano 20. I dipendenti sono in tutto 36.
L’ultima ad entrare è stata Laura Bocaccini, arrivata nello stabilimento lungo la statale Romea come stagista. “Non ero spaventata di questo passo – afferma la giovane socia -, perché non vedevo l’ora di iniziare a fare un lavoro un po’ più duraturo di quelli stagionali a cui ero abituata. A una giovane donna come ero io allora direi di non temere di mettersi in gioco e di credere nelle proprie capacità e di non pensare di dover dare il doppio solo perché si è giovani e soprattutto donne. Perché la professionalità e l’impegno alla fine vengono premiati”.
Chi invece quella decisione la prese dieci anni fa è Sabrina Messaggio. “Prima di firmare avevo paura – confessa l’operaia -, però nello stesso tempo volevo lanciarmi in questa nuova avventura anche come esempio per i miei figli, per mostrare loro che bisogna credere in se stessi. E oggi mi sento cambiata come madre, come lavoratrice e sono orgogliosa di aver contribuito a creare questa nuova fabbrica. Pur avendo dovuto fare tanti sacrifici così come le mie colleghe, io quel salto nel vuoto, quella firma, lo rifarei cento volte“.
La sua collega Maria Grazia Bellotti ricorda quando le è stato proposto di entrare in cooperativa: “Ero molto entusiasta. Fino ad allora mi ero vista sempre come una semplice operaia. Sono stati 10 anni abbastanza difficili, complessi, però abbiamo avuto anche le nostre belle rivincite. E non dobbiamo dimenticarci che un grande ‘grazie’ deve andare anche alle nostre famiglie che ci hanno sempre supportato”.
“Ricordo quando Matteo Tomasi arrivò in Legacoop, accompagnato da Marco Corazzari della Filctem Cgil – afferma la direttrice di Legacoop Estense Chiara Bertelli – pensai che sarebbe stata una bella sfida riportare lavoro, competenze e investimenti in un territorio non facile come quello del basso ferrarese. Abbiamo supportato la nascita di Girasole inquadrandola come workers buyout, formula imprenditoriale che consente ai lavoratori di rilevare la propria impresa costituendosi in cooperativa. Si tratta di un modello innovativo, che interviene in caso di crisi di impresa o di mancato ricambio generazionale, nato per supportare lavoratori che accettano la sfida e la responsabilità di diventare soci cooperatori e determinare il proprio futuro professionale. Ad oggi Girasole è l’unico workers buyout della nostra provincia, un’esperienza di cui siamo orgogliosi. I nostri auguri e complimenti vanno a Matteo e a tutte le lavoratrici e i lavoratori che in questi anni, lavorando con impegno, dedizione e costanza e grazie a importanti investimenti, hanno garantito alla cooperativa continuità, stabilità e prospettive di sviluppo”.
Fondamentale, nella fase di avvio della cooperativa, si è rivelato l’apporto finanziario di Coopfond – fondo mutualistico alimentato dal 3% degli utili annuali di tutte le cooperative aderenti a Legacoop – e di Cfi – la società partecipata dal Ministero dello Sviluppo Economico e dalle centrali cooperative, che hanno consentito l’investimento necessario per avviare l’attività grazie ad un finanziamento e alla sottoscrizione di quote sociali. Indispensabile anche la collaborazione con Lidi Group, proprietaria dell’immobile e partner commerciale della cooperativa.
Adesso la cooperativa Girasole punta dritta verso i prossimi dieci anni perché, come il fiore che simboleggia, guarda sempre verso il sole e porta con sé ottimismo e fortuna.
Workers Buyout
Con il termine workers buyout o “impresa recuperata” ci si riferisce alle cooperative nate per iniziativa di dipendenti che rilevano l’azienda per cui lavorano o un ramo di essa e riescono in questo modo a mantenere un’attività produttiva – altrimenti destinata alla chiusura – e il proprio posto di lavoro.
In Italia le esperienze di workers buyout sono 346, di cui 63 in Emilia-Romagna. A Legacoop aderisce il 72% dei Wbo attualmente attivi in Italia. Questo fenomeno, di grande attualità, può trovare applicazione nelle crisi aziendali, nei processi di ristrutturazione e in caso di difficoltà nel ricambio generazionale delle imprese familiari.
Le strutture territoriali di Legacoop, attraverso lo sportello Start up e in accordo con i sindacati, supportano i lavoratori e futuri soci nella valutazione economica e sociale del progetto e, in caso di fattibilità, li accompagnano nel reperimento delle risorse finanziarie. Il capitale sociale versato dai lavoratori – solitamente costituito dalla buonuscita e dalla mobilità anticipata dall’Inps in un’unica soluzione – viene infatti raddoppiato da Coopfond, il fondo mutualistico alimentato dal 3% degli utili di tutte le cooperative iscritte a Legacoop, e Cfi, il Fondo partecipato dal Ministero dello Sviluppo Economico e dalle centrali cooperative.
L’Italia è l’unico Paese al mondo che, attraverso un’apposita legge – la legge Marcora del 1985 – disciplina e favorisce, anche economicamente, la costituzione di workers buyout, in virtù della comprovata efficacia di questa soluzione. Ricerche condotte sui casi italiani (l’ultima, in ordine di tempo, condotta dal Centro internazionale di studi cooperativi di Unipr nel 2025) mostrano come talvolta le cooperative nate come workers buyout abbiano portato anche ad un miglioramento delle capacità produttive rispetto alle imprese d’origine, rafforzando così l’economia del territorio di riferimento.