Da best seller a long seller grazie ai continui ‘upgrade’. È Fai di te stesso un brand, di Riccardo Scandellari, da oggi (venerdì) in libreria in una versione aggiornata – la terza, dopo la prima del 2014 – edita da Hoepli. Brand, reputazione, immagine per imprese e liberi professionisti. Questi i temi sondati da Scandellari, autore, consulente, formatore, docente universitario, punto di riferimento per i più importi brand italiani, che si rivolgono a lui per un posizionamento in un mercato spesso instabile, in cui oltre che vendere prodotti e servizi bisogna trasmettere valori, costanza, autenticità. Tanto più perché le difficoltà sono sempre in agguato.
La premessa: “Ogni percorso incontra momenti di crisi, cambiamenti, interruzioni. È allora che la reputazione diventa il salvagente che tiene a galla. Oggi la nostra esistenza è diventata digitale in ogni sua sfumatura”. Il punto chiave è quindi governare la propria identità in un ecosistema in cui siamo perennemente immersi. Come? “Attraverso la reputazione, appunto, che non è più un’opzione per pochi, ma un obbligo per chiunque voglia restare rilevante, perché i confini tra umano e artificiale si stanno dissolvendo e l’unicità è l’unico valore che protegge dalla standardizzazione, compresa quella degli algoritmi. In passato il brand era ciò che dicevi di te, oggi è l’insieme delle esperienze che gli altri vivono relazionandosi con te e ciò che raccontano quando non sei nella stanza”.
Aspetti che imprese e liberi professionisti spesso non comprendono e non governano. “Molte sono le aziende che sottovalutano questo processo. Realtà ancorate a una visione prodotto-centrica, convinte che basti mostrare un oggetto per venderlo. Hanno l’ansia della misurazione immediata e del ritorno sull’investimento a breve termine. La fiducia invece si coltiva nel tempo”. Meglio evitare, quindi, di raccontarsi su social, siti, ad eventi come leader. Stesso discorso per i liberi professionisti, che si auto danneggiano per sopravvalutazione. “Molti cadono nella trappola delle metriche della vanità, rincorrendo sui social like e visualizzazioni che non portano a nessuna conversione reale in clienti. La sovraesposizione fine a sé stessa alimenta l’ego ma distrugge la credibilità. La sfida è sapere sussurrare alle orecchie di chi ci sta cercando senza saperlo. La coerenza batte la viralità”.
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