Cronaca
9 Marzo 2026
Davanti ai giudici si è tenuto l'esame della 36enne vittima di maltrattamenti da parte della famiglia del marito

“Non avevo il diritto di dire di no”. Parla in tribunale la donna schiavizzata in casa

di Redazione | 4 min

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Salgono all’ultimo piano di un palazzo e scaraventano sedie in strada

Prima hanno preso a calci le auto, poi sono entrati in un condominio, hanno aggiunto l'ultimo piano dove c'è un lucernario e hanno iniziato a scaraventare delle sedie di plastica in strada. È quanto successo ieri notte intorno a mezzanotte e mezza in corso Porta Po a Ferrara

“Non avevo il diritto di dire di no”. Si interrompe, trema, cede al panico, si volta verso la sua avvocata per implorare di non dover rispondere a quelle domande.

Ha raccontato -giovedì scorso 13 anni della sua vita davanti ai giudici del tribunale collegiale di Ferrara. Per lei, 36 anni, abbiamo inventato il nome Mira. La sua storia, o meglio parte di essa, l’aveva già raccontata davanti alle telecamere del programma Quarta Repubblica di Rete 4.

In aula quell’inferno è stato ripercorso passo dopo passo, per permettere di giudicare i presunti reati di maltrattamenti in famiglie di cui sono accusati il marito 40enne (ricercato in Pakistan per omicidio e ora irreperibile), del suocero 78enne, della suocera 65enne (anche lei irreperibile) e dei cognati di 36 e 37 anni.

Il racconto di Mira parte dal 2009 quando la famiglia si accorda con quella del marito per un matrimonio combinato. E termina all’inizio del 2023, quando – dopo aver scoperto che anche alla figlia di 11 anni sarebbe toccata la sua stessa sorte – trova il coraggio di denunciare.

Quei tredici anni sembrano rituffare la realtà a secoli fa. Mira era trattata come una schiava. Era costretta a dormire in uno sgabuzzino senza porta. Se, nel fare i lavori domestici o nel cucinare, sbagliava qualcosa, doveva chiedere scusa in ginocchio.

“Dovevo alzarmi alle 4 del mattino per preparare la colazione ed il pranzo per chi andava a lavorare – racconta -. La cucina era piena di topi e nessuno di loro aveva fatto nulla per toglierli”.

Mira ricorda che le era vietato di comprare assorbenti. Per i suoi bisogni doveva utilizzare un bagno esterno. E, d’inverno, per poter avere l’acqua calda doveva chiedere il permesso ai familiari di accendere il boiler.

E anche quando era rimasta incinta della prima figlia non le venivano risparmiati i compiti più odiosi, come raccogliere il vomito del marito o del cognato ubriaco.

A distanza di tre mesi dalla nascita della figlia dopo una gravidanza a rischio, nel 2012, la donna sarebbe stata inoltre costretta a una seconda gravidanza perché il marito voleva a tutti i costi un figlio maschio, nonostante le raccomandazioni del medico ginecologo che le aveva consigliato di attendere altri due anni prima di un’altra gestazione.

Ma la lista dei soprusi non è ancora finita: le era impedito di andare dal medico, di possedere un telefono cellulare (poteva chiamare la famiglia d’origine solo dal telefono fisso e con la supervisione di un parente), di tenere con sé i propri documenti oppure di far rientro in Pakistan, nemmeno quando il padre – nel 2016 – morì dopo l’aggravamento di una malattia. I cinque le avrebbero inoltre vietato di imparare la lingua italiana, spaccando piatti e bicchieri quando quello che cucinava non era di loro gradimento. A volte sarebbe anche stata presa a schiaffi, altre sarebbe stata minacciata, offesa e umiliata.

“Questo è il racconto di 13 anni della mia vita”. E tutto questo, spesso, davanti agli occhi dei figli minorenni.

A farne le spese – a volte con le stesse modalità riservate alla madre – sarebbe stata anche la figlia della donna, che il primo giorno di scuola sarebbe stata mandata a lezione senza avere il materiale necessario e con indosso il velo, come imposto dai nonni paterni, nonostante il parere contrario della madre, che fu puntualmente ignorato.

La donna avrebbe dovuto anche ‘sopportare’ una relazione extra-coniugale del marito che dopo l’uscita dal carcere, dove era finito nel 2013 per detenzione di sostanze stupefacenti, si era trasferito in Spagna, iniziando un rapporto stabile con un’altra donna e tornando sporadicamente in Italia. Nonostante ciò, anche a chilometri di distanza, avrebbe comunque esercitato il proprio controllo sulla vita della moglie.

C’è stato un momento in cui Mira aveva deciso di farla finita, ingerendo una quantità importante di farmaci scaduti che aveva trovato in casa. “Quando se ne sono accorti mi hanno forzato a vomitare, ma le mie condizioni stavano peggiorando per cui mi hanno portato al Pronto Soccorso ad Argenta”. Il marito l’accompagnerà, intimandole di non raccontare nulla di quello che succedeva all’interno delle mura domestiche.

Durante i tredici anni di vita coniugale, la presunta vittima avrebbe potuto fare rientro in Pakistan solamente quattro volte, l’ultima nel giugno 2022, quando scoprì che la famiglia del marito aveva progettato di non farla rientrare in Italia, affinché lui potesse sposarsi con l’amante.

In patria scopre anche che per la figlia si stava prospettando la sua stessa vita. La famiglia del marito era già alla ricerca del promesso sposo. Così, grazie all’aiuto di suo fratello, è scappata, nonostante i parenti del marito avessero cercato di rapirla.

Prende l’aereo e raggiunge un’amica residente in provincia di Ferrara che l’accompagna dai Carabinieri. I militari, dopo la denuncia, la indirizzano al Centro Donna e Giustizia dove viene assistita dal punto di vista legale dall’avvocata Sara Bruno.

Il processo a carico dei familiari prosegue a giugno. Nel mentre i servizi sociali del comune di riferimento stanno facendo il possibile per aiutare Mira a rientrare in un programma che le permetta di accedere a un alloggio per sé a i suoi figli (in precedenza la donna se ne era allontanata volontariamente, causando suo malgrado la perdita dell’iscrizione all’anagrafe).

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