Il Consorzio Factory Grisù è entrato nel suo ultimo anno, il 28 febbraio del 2027 scadrà la convenzione che concede gli spazi, con il rischio di mettere la parola fine a un progetto che ha saputo recuperare l’ex Caserma dei Vigili del Fuoco, lasciata per anni in uno stato di sostanziale abbandono. Un progetto che oggi ha un bilancio aggregato di 6,4 milioni di euro e crea lavoro per oltre 60 persone, “una media impresa” la definisce il presidente Alessandro Canella, proprio una di quelle “che mancano a Ferrara”.
Durante il confronto pubblico sul futuro dello spazio in via Poledrelli, tenutosi il 28 febbraio 2026, a un anno esatto dalla scadenza, erano presenti studiosi come Alfredo Alietti (sociologo Unife), Romeo Farinella (architetto Unife), Tommaso Tropeano (Politecnico di Milano), politici come Marcella Zappaterra (Pd) e tecnici come Luciano Gallo (Anci Emilia Romagna). In platea altri rappresentanti politici (Anna Zonari de La Comune e Anna Chiappini del Partito Demogratico) ma anche del mondo imprenditoriale e cooperativo: per Cna Ferrara erano presenti la presidente Jessica Morelli e il direttore Matteo Carion mentre per Legacoop Estense era presente la direttrice Chiara Bertelli.
Grandi assenti il Comune di Ferrara e la Provincia, i due enti titolari della convenzione, che al momento non hanno formalizzato un confronto pubblico sul futuro dello spazio. Non a caso i presenti paiono concordare sulla mancanza di dialogo, il problema non sarebbe solamente la scelta di affidare ad altri l’ex caserma o di cambiarne l’organizzazione, ma il fatto che, a un anno dalla scadenza, non risultino nemmeno interlocuzioni avviate.
Lasciare il Consorzio in questa situazione di incertezza, con le aziende che lo compongono e le realtà che utilizzano gli spazi per le proprie progettualità, rischia di indebolirne il valore produttivo e sociale.
“Occorre lavorare sul riconoscimento del proprio valore, producendo dati concreti e inattaccabili”, suggerisce non a caso Tropeano. Uno di questi dati è quello che si riportava in apertura: 6,4 milioni di fatturato aggregato e oltre 60 posti di lavoro. Matteo Fabbri, ceo di TryeCo 2.0, fa notare il ritorno economico che ha saputo generare Grisù nei suoi 13 anni di vita e che rischia di interrompersi proprio nel momento in cui “le aziende hanno la capacità di investire”. Molte imprese sono entrate nel consorzio quando ancora erano piccole e sperimentali realtà che cercavano uno spazio nel sistema produttivo. Sono entrate anche per vantaggi economici, il mutuo acceso per ristrutturare gli spazi occupati risultava più basso degli affitti che pagavano negli sedi precedenti può essere un esempio.
Un altro elemento è stata la mutualità interna: “Qui – spiega Fabbri – le imprese si sono supportate a vicenda”. In caso di difficoltà nel pagamento di una bolletta, interveniva il Consorzio, cioè l’insieme delle altre aziende. Un meccanismo di condivisione del rischio che sarebbe più difficile da sostenere per un unico soggetto chiamato a gestire da solo uno spazio di 4.000 metri quadrati, soprattutto in momenti di scarsa liquidità.
Oggi però quelle imprese stanno crescendo e il rischio paventato è quello di interrompere una partnership innovativa proprio nel momento in cui può iniziare una fase di consolidamento del progetto. Secondo Marcella Zappaterra, che da presidente della Provincia lancio Grisù, “la Regione può fare la sua parte, ma servono strumenti e progettualità chiare”. Un punto sottolineato anche da Luciano Gallo secondo il quale serve affrontare il tema della durabilità: “Bandi annuali e finanziamenti a scadenza non bastano. Serve un’intenzionalità politica chiara e una vera amministrazione condivisa, in cui la pubblica amministrazione non arretri ma si assuma un ruolo di partner stabile”.
Ma per assumersi questo ruolo serve che le amministrazioni locali, il caso del Comune di Ferrara è uno ma Alietti e Farinella sottolineano come questo sia un problema che oltrepassa le Mura estensi, serve un progetto di città. Progetto che nella visione del sociologo non può limitarsi alla riqualificazione urbana come il caso di Grisù: “Serve una visione che integri le varie proposte” e “diventa essenziale ragionare sul perché le città non riescano a creare una rete tra le realtà”. “Questa mancanza di progetti – aggiunge – genera frammentazione e ha effetti devastanti”.
“C’è una sorta di egemonia culturale – dice Alietti – che oggi non vede questi spazi come presidi della democrazia. Noi siamo testimoni oggi di un attacco frontale a tutti quelli che sono i presidi sociali”. Fa l’esempio del Centro Sociale La Resistenza, del Csv e di Cittadini del Mondo sottolineando come “la comunità si disinteressi di questo attacco frontale”.
Farinella, sottolineando il “carattere innovativo” di Grisù per la partnership pubblico-privato che ha saputo generare il progetto, tocca nervi più prosaici dello stesso discorso. Prende a modello la città di Amsterdam che, spiega il professore, “ha 20mila dipendenti pubblici e 700 di questi dedicati all’ufficio innovazione, in Italia una città simile per dimensioni è Torino che ha 6/7mila dipendenti pubblici. Non parliamo di una città che limita l’intervento privato ma che ha una visione progettuale. Non è un caso che un dirigente dell’ufficio innovazione ci abbia spiegato, durante una visita con studenti Unife, che il loro piano ha una prospettiva al 2050“.
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