Eventi e cultura
24 Febbraio 2026
L’Hotel Annunziata presenta il primo di due appuntamenti dedicati alla fotografia femminile

“A fior di pelle”, la mostra fotografica di Maria Chiara Bonora

di Redazione | 3 min

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Per tutto il mese di marzo, Maria Chiara Bonora espone “A fior di pelle”, una mostra fotografica digitale presentata nell’ambito di Frameflow, il progetto dedicato alla fotografia contemporanea che ogni mese ospita un autore trasformando gli spazi dell’Hotel in un percorso visivo dinamico, in costante rinnovamento e capace di offrire al pubblico sguardi e linguaggi sempre differenti.

Nel mese tradizionalmente dedicato alle donne, l’Hotel Annunziata sceglie di dedicare i propri spazi alla fotografia femminile, ospitando due mostre fotografiche complementari, una digitale e una fisica,che esplorano sensibilità, forza e dimensione intima dell’universo femminile.

Sarà Maria Chiara Bonora ad accompagnare il pubblico in un primo, delicato ingresso in questo universo: dal 1 al 31 marzo l’Hotel Annunziata ospiterà la mostra digitale del progetto fotografico “A fior di pelle”, un percorso visivo dove la delicatezza e la sensualità delle immagini di Maria Chiara Bonora costruiscono un dialogo visivo capace di unire eleganza e introspezione, invitando lo spettatore a soffermarsi su una dimensione intima e percettiva.

Un racconto per immagini che trasforma lo spazio in un luogo di contemplazione e riconoscimento, restituendo allo sguardo una riflessione sottile sulla pelle, sul contatto e sulla memoria degli incontri.

“A fior di pelle” è un progetto fotografico che indaga il tema dell’incontro attraverso la metafora floreale, trasformando il fiore in presenza scenica, corpo e interlocutore silenzioso. Le immagini costruiscono una sorta di teatro intimo in cui le superfici si sfiorano, le geometrie dialogano e il contatto diventa memoria.

Il titolo richiama la riflessione di Paul Valéry secondo cui nulla nell’uomo è più profondo della pelle: è proprio su questa soglia sottile, fragile e potentissima che si sviluppa l’intera ricerca visiva dell’artista. Le immagini evocano la fisicità umana senza mai imitarla, suggerendo un immaginario romantico in cui il conoscersi è un privilegio e il concedersi allo sguardo dell’altro un atto di fiducia.

L’intero progetto si compone di 40 fotografie realizzate tra il 2020 e il 2025, nato dall’osservazione
ravvicinata dei fiori e dalla volontà di metterli in scena come protagonisti di relazioni possibili.

Una prima selezione di immagini è stata presentata al pubblico nel 2024. Per Frameflow, il
progetto viene proposto nella sua interezza, attraverso un editing e una curatela pensati per la
fruizione su supporti digitali: una costruzione visiva su misura che esalta la poetica dell’autrice e
permette di coglierne pienamente la coerenza narrativa e l’evoluzione espressiva.

Per la Bonora, ogni scatto diventa un esercizio di prossimità: forme, pieghe, volumi e cromie evocano la fisicità umana senza mai imitarla, suggerendo invece un immaginario romantico in cui conoscersi è un privilegio e affidarsi allo sguardo dell’altro un atto di fiducia. La scoperta avviene con lentezza, rispetto e attenzione sensoriale, lasciando tracce sottili ma persistenti, come accade negli incontri autentici.

Le fotografie sono realizzate in ambiente domestico, esclusivamente in luce naturale, con un
approccio tecnico essenziale e una post-produzione ridotta al minimo, limitata alla calibrazione di
contrasti e tonalità. Forma e geometria guidano la composizione, mentre colore e luce emergono come conseguenze naturali dell’equilibrio visivo. In questa pratica si riconosce l’influenza di Edward Weston, ma anche una costante apertura verso la fotografia contemporanea e una ricerca che attinge tanto ai ricordi quanto alle immagini oniriche. Il fiore, reciso e ricollocato, perde la sua funzione originaria ma acquisisce nuove possibilità narrative. Le sue superfici, talvolta

simili alla pelle, diventano territori di esplorazione emotiva: fragilità e vitalità convivono, suggerendo analogie con il corpo umano e con la complessità delle relazioni.

“A fior di pelle” non racconta una storia lineare, ma costruisce suggestioni visive che invitano lo spettatore a sostare, riconoscere e completare l’immagine con la propria esperienza.

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