di Federica Pezzoli
Dopo il classico shakespeariano “La bisbetica domata” nel 2019, l’attore Tindaro Granata e il regista Andrea Chiodi dal 20 al 22 febbraio hanno portato al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara la loro versione dell’ultima opera di Molière, “Il malato immaginario”, affidandosi nuovamente all’adattamento di Angela Demattè.
I tre scelgono una modalità di attualizzazione di questo ultimo Molière che è allo stesso tempo straniante e – forse proprio per questo – azzeccatissima: in una scena dai colori freddi che potrebbe essere un ospedale, con una buona prova di metateatro Argante diventa Molière e viceversa senza soluzione di continuità, il tutto incorniciato da un prologo e un epilogo che citano le musiche e le atmosfere decadenti di “Cabaret”.
Come scrive Angela Demattè: “Mi sembra che l’autofiction in cui tutti noi esseri umani siamo caduti da qualche tempo, questo nostro rappresentarci continuamente anche nei nostri malanni più intimi, sia molto simile alla malattia di Argante/Molière. Vogliamo mostrarci malati, immolarci, morire in scena per trovare disperatamente qualcuno che ci accudisca, compatisca, perfino che ci derida o ci odi […] Si esiste solo se si è guardati. Si muore, talvolta, per esistere”.
Ecco allora che l’Argante/Molière di Granata ha trovato nella malattia il suo modo di interagire con il resto del mondo: la malattia soddisfa il suo bisogno di essere accudito, è il tentativo di allontanare la morte sollecitando continue cure, immaginandole forse più efficaci quanto più fastidiose, sgradevoli, umilianti. È dispotico e puerile, ma la sua maschera diventa tragica quando da Argante diventa il Molière che ha sacrificato tutto alla scrittura e al teatro ed è caduto in disgrazia: l’autore lascia il personaggio e usa l’attore per mettersi a nudo.
Tindaro Granata non delude e, come di consueto, mostra tutto il suo mestiere e la sua profondità muovendosi agilmente tra i diversi registri che l’allestimento gli richiede. A fianco a lui, bravissima, Lucia Lavia nel ruolo di una Tonina che è il contraltare del puerile Argante: serva mai succube del suo padrone, diventa anzi il rigido e saggio genitore di cui ha bisogno. Intorno a loro tutto il cast – Angelo Di Genio, Emanuele Arrigazzi, Alessia Spinelli, Nicola Ciaffoni, Emilia Tiburzi, Ottavia Sanfilippo – sostiene con bravura e buona presenza scenica questo allestimento non semplice e dalle scelte tutt’altro che scontate.
Con questo Molière, infatti, Granata, Chiodi e Demattè scelgono portare sotto i riflettori attraverso la maschera del riso quell’inquietudine e quel bisogno di essere rassicurati che si annidano in ognuno di noi, mettendo in scena una riflessione sul confine sottilissimo tra fragilità e prigionia del sé.
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