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È stato presentato alla libreria Libreria Ibs – Libraccio di Ferrara il ciclo di incontri “Spaziocidio dalla Palestina alla metropoli globale”, organizzato da Rete Pace Ferrara in collaborazione con Rete Universitaria per la Pace, Laboratorio per la Pace di Ferrara.
La rassegna prenderà avvio il 26 febbraio e si concluderà il 4 maggio. All’incontro con la stampa hanno partecipato Alfredo Morelli (Unife, Laboratorio per la Pace), Henry Gallamini (architetto e referente Famiglie Arcobaleno, promotore dell’iniziativa), e Barbara Diolaiti, rappresentanti del coordinamento di Rete Pace Ferrara.
“Spaziocidio” non è un termine usato nel mondo anglosassone e nemmeno francofono come traduzione diretta, ma è un’invenzione terminologica legata all’edizione italiana (2022) del libro dell’architetto israeliano Eyal Weizman, “Hollow Land: Israel’s Architecture of Occupation”, pubblicato nel 2007 e, con un capitolo aggiuntivo, nel 2017, con il titolo “Spaziocidio. Israele e l’architettura come strumento di controllo”, mentre la precedente edizione (2009) riportava il titolo più aderente all’originale “Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina”. Attraverso le ricerche condotte da Eyal Weizman sull’architettura dell’occupazione israeliana in Palestina, si è compreso che l’architettura e la pianificazione territoriale non sono neutre ma sempre connotate ideologicamente, e possono diventare, come in Palestina, persino un’arma: un insieme di soglie, checkpoint, visibilità negate e infrastrutture utilizzate come strumenti di occupazione.
Gallamini, che ha progettato il ciclo di incontri, ha spiegato che il termine “spaziocidio” descrive “non solo la distruzione fisica del territorio, ma anche l’annientamento deliberato dello spazio vitale di una popolazione per renderne impossibile la riproduzione sociale e politica”.
Questo “neologismo” indica “l’uso violento delle tecniche di guerra, ma anche della segregazione, per esercitare un controllo o destabilizzare culture insediative altre, attraverso la distruzione, lo svuotamento o il controllo sistematico dello spazio, incidendo sulle condizioni di vita. E questo può avvenire in diverse forme, che non implicano necessariamente la distruzione fisica della città, come ad esempio: l’appropriazione forzata di territori, la cancellazione di forme spaziali indigene, la concentrazione, dispersione o riduzione in schiavitù delle popolazioni, l’alterazione deliberata delle condizioni di abitabilità di un territorio (es. induzione di fenomeni di carestia, siccità o desertificazione)”.
Diolaiti ha espresso soddisfazione “per il fatto che l’Onu abbia respinto in modo netto e chiaro la richiesta di dimissioni dell’Albanese da parte di alcuni Stati, Italia compresa”, ricordando che “a Gaza il genocidio sta continuando”.
Morelli ha invece insistito particolarmente sulla “necessità di far crescere una consapevolezza e coscienza collettiva di carattere culturale, perché se la Palestina è stata il primo laboratorio di Spaziocidio, è un dato di fatto che il concetto di città autoritaria si applica ormai a più luoghi, Ferrara compresa, dove la privatizzazione degli spazi comuni è sempre più netta così come il tentativo di emarginare/allontanare parte della popolazione. E il Grattacielo ne è un esempio”.
Il ciclo di incontri “Spaziocidio” si propone di tracciare queste tematiche, invitando architetti, urbanisti e geografi insieme a esperti di un’altra disciplina a dialogare su casi studio dove la distruzione del legame tra spazio e società è evidente.
I primi tre incontri si svolgeranno presso la Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea alle ore 17 il 26 febbraio, il 23 marzo e il 17 aprile.
Il quarto e ultimo incontro si svolgerà presso la libreria Libraccio alle 17:30 il 4 maggio con la presentazione del libro di Chiodelli “Citta in guerra”.
Gli incontri sono organizzati da Chiara Tarabotti ed Henry Gallamini per la Rete per la Pace di Ferrara e saranno moderati con il contributo di Alfredo Morelli e Giuseppe Scandurra per il Laboratorio per la Pace dell’Università di Ferrara.
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