Attualità
19 Febbraio 2026
La giornalista di Internazionale dialoga con gli sfollati: "Tentativo di capire fino a che punto si può tirare la corda con le politiche di disumanizzazione"

Camilli a Ferrara: “Accanimento contro chi viveva nel Grattacielo”

di Redazione | 3 min

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di Emanuele Gessi

Non è assistenzialismo quello che chiedono gli abitanti del Grattacielo di Ferrara, ma un’assunzione di responsabilità, da parte degli attori coinvolti, e delle soluzioni dignitose. A metterlo in luce la giornalista di Internazionale Annalisa Camilli, che ieri, 18 febbraio, ha dato vita a un dialogo con alcuni dei proprietari dello stabile, nella cornice dell’iniziativa organizzata da Cittadini del Mondo che si è tenuta all’ex Refettorio di San Paolo.

“Quello che sta accadendo a Ferrara – ha affermato Camilli – è di vitale importanza. È impressionante l’accanimento nei confronti delle persone che vivevano in questo stabile. È evidente che sia in corso un tentativo: quello di capire fino a che punto si può tirare la corda con delle politiche di disumanizzazione”.

Circa un centinaio le persone in sala, fra le quali diversi consiglieri comunali d’opposizione e rappresentanti del mondo associazionistico, fra cui Domenico Bedin, presidente di Viale K. I racconti, da parte di chi ha perso la casa, sono cominciati da quello di Ona Shuhui Ouyang, una giovane donna asiatica, che ha portato la propria testimonianza ripercorrendo il grande sforzo economico compiuto da lei, e dalla sua famiglia, per acquistare, nel 2023, un immobile nella torre C.

Dal giorno dello sgombero, ha raccontato, rabbia e delusione non smettono di tormentarla: “Il sindaco, con il suo lungo discorso in consiglio comunale, ha dimostrato di conoscere da tempo i problemi del Grattacielo. Quindi mi chiedo: perché lui e il Comune non hanno fatto in modo di renderlo noto a tutti quelli che ci abitavano e a chi, come me, procedeva all’acquisto?”.

Ora la sistemazione temporanea, nella struttura di proprietà Ausl di San Bartolo, le ha dato modo di tirare un piccolo sospiro di sollievo: “Sono una ragazza con una disabilità al 67%, impegnata lavorativamente come apprendista, nel settore tessile, a Occhiobello. Grazie alla mia assistente sociale ho trovato momentaneamente questa soluzione, che mi permette di tenere le cose più importanti con me”.

Il racconto di Alessio Bettoli, proprietario di un appartamento all’undicesimo piano nella torre B, è cominciato dalla notte in cui ha avuto inizio la vicenda, l’11 gennaio: “È stato un incubo. Tutti noi abbiamo temuto che potesse essere l’ultimo giorno della nostra vita. Per fortuna, invece, siamo stati tirati fuori illesi dai Vigili del Fuoco”.

Dopo il trauma, la solidarietà è stata limitata, mentre ad avere il sopravvento è stata “la macchina del fango dei commenti sui social e l’ingiustizia subita da chi è stato cacciato dal Palapalestre, appena una settimana dopo l’incendio”. Dal punto di vista delle responsabilità, Bettoli ha avanzato due interrogativi: “Perché i tecnici che hanno cambiato i contatori non hanno sostituito i cavi vecchi e nemmeno preteso che la stanza fosse messa a norma di legge?”. E ancora: “Perché quando sono iniziati i lavori chi li dirigeva non ha imposto che si cominciasse dal lavoro più importante, quello di intervenire sul vano contatori? Se solo ci fosse stato, al suo interno, un sensore di fumo, oggi non saremmo qui”.

A esprimere un messaggio di gratitudine per le persone e le associazioni che si sono mobilitate è stato Amara Sacko, il ragazzo guineano di 27 anni intervenuto anche durante la conferenza a Palazzo Madama: “Le cattiverie che ho letto sui social mi avevano atterrito. Ma ho ritrovato la forza grazie alle persone di cuore che in queste settimane stanno combattendo per noi, a partire da Cittadini del mondo”.

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