di Riccardo Giori
Un confronto nel merito della riforma della giustizia e delle sue possibili ricadute sugli equilibri istituzionali. È questo il filo conduttore del convegno “Quale riforma della giustizia?”, promosso dal Partito Democratico di Ferrara nella serata del 17 febbraio alla Sala “Il Quartiere”, con l’obiettivo di approfondire i contenuti del referendum del 22 e 23 marzo e le ragioni del No.
All’iniziativa sono intervenuti la dottoressa Sveva Insalata, pubblico ministero della Procura di Ferrara, e l’avvocato e consigliere comunale Enrico Segala del Foro di Ferrara, assente per un imprevisto il dottor Vincenzo Cantelli, giudice del Tribunale di Ferrara. L’incontro si inserisce nel percorso di iniziative promosse dal Partito Democratico a livello territoriale per informare i cittadini sui contenuti della riforma e per sostenere, attraverso argomentazioni di merito, la scelta di votare No al referendum per il quale si voterà il 22 e il 23 marzo,
Al centro del confronto il tema degli equilibri istituzionali, secondo i relatori la riforma non si limiterebbe a introdurre modifiche organizzative, ma inciderebbe sugli assetti della Repubblica, toccando uno dei cardini previsti dalla Costituzione: l’autoregolamentazione della magistratura. In particolare, è stato evidenziato come l’indebolimento del ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura previsto dalla riforma potrebbe esporre i magistrati a pressioni esterne, compromettendo quel principio di indipendenza che rappresenta una garanzia per tutti i cittadini. Nel farlo è stato citato il caso Palamara, sarebbe “ l’esempio lampante di come la funzione disciplinare del Cdm funzioni mentre la capacità sanzionatoria della classe politica sia stagnante” e dimostrando che la magistratura “è in grado di sanzionare i propri elementi”.
La dottoressa Insalata ha poi spiegato come l’autonomia della magistratura sia funzionale a tutelare l’imparzialità delle decisioni giudiziarie. “Non si tratta di difendere una categoria – ha sottolineato – ma di preservare un equilibrio tra poteri che impedisce interferenze politiche nell’esercizio dell’azione giudiziaria”. E sulla questione del passaggio di funzioni aggiunge che “avviene si ma in pochissimi casi, mi sembra sia lo 0,4% poiché il passaggio spesso è complesso, comporta un cambio di regione e una serie di sacrifici che non tutti ovviamente sono disposti a fare, perciò le motivazioni della riforma su questo aspetto si basano in realtà su una piccolissima percentuale di chi effettivamente cambia carriera decidendo di passare da requirente a giudicante”.
L’avvocato Segala ha invece posto l’accento sul carattere “a scatola chiusa” del referendum. Secondo quanto illustrato, la riforma presenterebbe diversi aspetti non pienamente definiti, con rinvii a successive norme attuative e spazi interpretativi che renderebbero difficile per i cittadini valutare con precisione gli effetti concreti delle modifiche proposte. “Si chiede un voto su un impianto che contiene ancora molti vuoti e incognite” ha osservato nel corso dell’incontro, “specialmente su una materia che incide direttamente sulla vita democratica del Paese nonostante la maggior parte dei cittadini la percepisca lontana dalla propria vita quotidiana”.
Un ulteriore punto critico emerso nel dibattito riguarda il profilo economico della riforma. La previsione di uno sdoppiamento del Csm comporterebbe, secondo i relatori, un raddoppio delle strutture e dunque dei costi, con ricadute significative sulla spesa pubblica in materia di giustizia. Un aspetto che, è stato rimarcato, meriterebbe un’analisi più approfondita in una fase storica in cui le risorse destinate al sistema giudiziario sono già oggetto di tensioni e carenze.
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