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16 Febbraio 2026
Presso i Giardini Ducali di Modena è in corso la mostra dell’artista palestinese Taysir Batniji: in esposizione fotografie, quadri e installazioni che ci costringono a dare “un’occhiata” al nostro tempo, attraverso la lente del genocidio.

Abitare il tempo: una mostra di Taysir Batniji per la Palestina

di Redazione | 4 min

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di F. Braida

Una valigia aperta, appoggiata per terra, e dentro un cumulo di sabbia [UNTITLED, 1998-2021].

Di fianco alla valigia 350 saponette di Marsiglia posizionate come in un mosaico, sul quale è stato inciso l’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo:

TOUTE PERSONNE A LE DROIT DE CIRCULER LIBREMENT ET DE CHOISIR SA RÉSIDENCE À L’INTÉRIEUR D’UN ÉTAT. TOUTE PERSONNE A LE DROIT DE QUITTER TOUT PAYS, Y COMPRIS LE SIEN, ET DE REVENIR DANS SON PAYS

[MAN DOES NOT LIVE ON BREAD ALONE #2, 2012-2013].

A lato un mazzo di chiavi di casa – realizzate in vetro trasparente [UNTITLED, 2014]. Sono queste le tre opere che aprono la mostra “Abitare il tempo”, presso i Giardini Ducali di Modena.

L’autore è Taysir Batniji (Gaza, 1966), artista palestinese di fama internazionale e la mostra di Modena, curata da Daniele De Luigi per la Fondazione Ago, è la sua prima retrospettiva in Italia.

I tre materiali che incontriamo in apertura (sabbia, sapone e vetro) sono l’allegoria di realtà fragili, facilmente consumabili: storia e cultura della Palestina.

Nella sala attigua occupa un’intera parete l’opera JUST IN CASE #2 [2024]. È composta da una novantina di fotografie di chiavi, e sotto ogni fotografia vi sono alcune righe relative ai possessori: le famiglie palestinesi che hanno perso la casa in seguito alla guerra (2023-2024). Riportiamo due didascalie a titolo di esempio:

Jamil Ibrahim Anan, residente in via Al-Thalathini a Gaza. Rifugiato dal 9 ottobre 2023 a Deir Al-Balah. La sua casa è stata distrutta da bombe incendiarie, uccidendo il nipote Ibrahim Anan.

Maher Mohamed Ai Jarghoun, residente nel quartiere di Al-Amal a Khan Younis. Rifugiato dal 9 gennaio 2024 nel quartiere di Al-Nejma a Rafah. La sua casa è stata distrutta il 18 febbraio.

Per molte chiavi abbiamo una dicitura fissa: Informazioni mancanti.

In un’altra sala è esposta una serie di 12 fotografie di torri di sorveglianza israeliane (presenti in Cisgiordania): WATCHTOWERS [2008]. Le foto non sono state scattate dall’autore ma da un fotografo palestinese incaricato da Batniji: né per le chiavi, né per le torrette di sorveglianza possiamo parlare di “foto artistiche”. Sono soltanto documenti della vita dei palestinesi.

In una saletta successiva ritorna il tema della casa: su una parete si vedono 20 stampe su carta traslucida, dove compare la foto di una abitazione e una didascalia di 8-10 righe. L’opera si chiama GAZA HOUSES 2008-2009 [2010] e viene realizzata dopo l’operazione militare Piombo Fuso. Anche in questo caso le fotografie in mostra non sono di Batniji ma di un amico che gli ha fornito la documentazione delle case distrutte nel corso della guerra: alle foto Batniji ha aggiunto semplicemente una didascalia che va a comporre quello che sembra un annuncio immobiliare.

Area: 200 m2. Ground floor + 2 floors, each composed of 2 apartments of 100 m2. In each apartment: 3 rooms, small sitting room, kitchen, bathroom/wc. Unifinished façade. Inhabitants: 30 people.

Oppure per una casa completamente distrutta (riportiamo solo la riga finale): calm, light-filled, and unobstructed surrooundings.

Sulla parete di fronte si vede una carta da parati, che pare perfetta per la camera dei bambini. Un motivo geometrico viola (un rombo) su sfondo grigio. Ma ai vertici del rombo in realtà si riconosce un drone.

Ci sono altre due sale: in una compaiono decine di scatti di interni di negozi di Gaza. Si chiama FATHERS [2006]: sono foto semplici, che inquadrano spazi decisamente umili. Negozi di artigianato, alimentari.

Su un’altra parete abbiamo invece la riproduzione di una fototessera: ma non si vede alcun volto. Affianco un dipinto ad olio riproduce macchie di colore di difficile decifrazione e solo il titolo ci aiuta: REMNANT XVI (“A GLIMPSE INTO THE SUFFERING OF THE WOUNDED DURING THE SIEGE AND ONGOING GENOCIDE IN THE GAZA STRIP. AUGUST 22, 2025”). In italiano: UN’OCCHIATA ALLA SOFFERENZA DEI FERITI DURANTE L’ASSEDIO E IL GENOCIDIO IN CORSO NELLA STRISCIA DI GAZA, 22 AGOSTO 2025. Il quadro vuole richiamare quel momento in cui si fa il download di un video e l’immagine si presenta per alcuni attimi sfocata, prima di essere pronta per la visione dell’utente.

Ma i video in questione sono quelli che provengono da Gaza, durante la guerra.

Ci sono altre opere in mostra: qui ci limitiamo a citare in chiusura la clessidra distesa, la cui sabbia rimane ferma. Il titolo dell’opera è SUSPENDED TIME [2007] e si lega al titolo della mostra: chi non può abitare uno spazio concreto, è costretto ad abitare altre realtà. Ricorda una celebre lettera di Gramsci (trasposta in musica tra l’altro da Radiodervish: “La rosa di Turi”). Gramsci si rivolge alla cognata e dopo aver descritto i progressi della rosa, che coltiva in cella, le dice: “il tempo mi appare come una cosa corpulenta, da quando lo spazio non esiste più per me” [1° luglio 1929].

L’esposizione è iniziata il 21 novembre e chiuderà il 15 febbraio prossimo.

Venerdì 13 febbraio Batniji sarà presente ai Giardini Ducali in un incontro con il pubblico.

Untitled [2014]

 

https://www.agomodena.it/mostre/taysir-batniji-abitare-il-tempo/

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