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di Tommaso Vissoli
Nel 2026 ricorrono quarant’anni da un passaggio storico per il rugby italiano: il primo tesseramento di una donna arbitro. A firmarlo, nel 1986, fu Teresa Fregola, protagonista di una stagione pionieristica che ha lasciato un segno profondo anche a Ferrara. Ex giocatrice del Bologna Rugby Club, allenatrice delle giovanili maschili del CUS Ferrara, insegnante che ha portato la palla ovale nelle scuole del territorio e partecipante alla prima Rugby World Cup, Fregola rappresenta una figura simbolo per il movimento rugbistico locale e nazionale. A lei abbiamo rivolto alcune domande per ripercorrere quell’esperienza e il suo significato oggi.
Nel 1986 lei diventa la prima donna arbitro di rugby in Italia: come nacque quella scelta e che cosa significò, per una giovane atleta poco più che ventenne, mettersi in gioco in un ruolo così innovativo?
“Frequentavo già il mondo del rugby: avevo conosciuto questo sport lavorando come educatrice nei centri estivi, mentre studiavo all’ISEF. Contemporaneamente ero atleta e operavo nei centri estivi a Ferrara, dove tanti ragazzi provenivano dal CUS. Mi incuriosii molto, tanto che dedicai al rugby educativo anche la mia tesi in educazione motoria, che venne premiata. Nel 1986 ottenni il brevetto di allenatrice. Avvicinandomi sempre di più a questo ambiente, scoprii il Gruppo Arbitri e ne rimasi affascinata. Sapevo che non sarebbe stato semplice: il mondo femminile doveva ancora conquistarsi spazi. Poi iniziai anche a giocare, ma quello dell’arbitraggio è stato un passaggio particolare, nato proprio dal desiderio di capire il rugby a 360 gradi”.
Quanto furono determinanti il sostegno e l’apertura di dirigenti come Mario Spotti, Erio Salmi e Carlo Beccati per rendere possibile quel primo storico tesseramento?
“A Ferrara ho trovato un ambiente aperto. Ero l’unica ragazza ad allenarmi con i ragazzi e con gli allenatori, ma mi sono sempre sentita accettata. Il Gruppo Arbitri di Ferrara e di Pieve mi ha sostenuta fin dall’inizio.Frequentai il corso arbitri a Orvieto: una settimana intensa, con parte teorica e pratica e l’esame finale. Ricordo il presidente Zanesco, con grande esperienza e una evidente differenza d’età rispetto a me. La figura di Spotti fu importante: mi sostenne concretamente, designandomi anche per le partite. Così come Salmi e Beccati, che avrebbero potuto limitarsi a un tesseramento formale e invece credettero davvero nel percorso. Mi considero fortunata. Un riconoscimento simbolico arrivò anche dal Gruppo Arbitri del Nord Est Emilia-Romagna, che celebrò il primo tesseramento femminile con una maglia caratterizzata da due strisce rosa: un segno di appartenenza e di rispetto per una conquista che, a distanza di quarant’anni, continua a parlare al presente del rugby ferrarese”.
La sua esperienza nel rugby non si è fermata all’arbitraggio: da giocatrice a allenatrice, fino all’insegnamento nelle scuole ferraresi. In che modo questi ruoli diversi hanno contribuito a diffondere la cultura del rugby sul nostro territorio?
“Erano anni in cui anche il rugby maschile stava crescendo in termini di partecipazione, ma non aveva ancora la visibilità di oggi. Era uno sport nuovo per molti. Credo che il lavoro fatto dagli educatori e dal CUS Ferrara Rugby sia stato fondamentale per avvicinare tanti giovani e far conoscere questo sport. Abbiamo girato molto nelle scuole e nelle realtà del territorio. Ho visto nascere e svilupparsi un movimento importante, anche grazie all’UISP e ad altre esperienze locali. È stato un periodo di grande fermento”.
Nel 1991 ha preso parte alla prima Coppa del Mondo femminile: che cosa rappresentò quella partecipazione per lei e per il movimento rugbistico femminile di quegli anni?
“Non era affatto scontato arrivare a quel traguardo. Ci sono stati dirigenti federali che hanno lottato per portarci in Galles, e per noi fu qualcosa di straordinario. Non c’erano qualificazioni come oggi: era la prima grande esperienza internazionale di quel livello. Dal punto di vista personale fu un’emozione enorme, ma soprattutto rappresentò un segnale forte: il rugby femminile esisteva, aveva dignità e meritava una scena mondiale”.
A distanza di quarant’anni, quale valore attribuisce oggi a quella “piccola, ma preziosa” conquista e quale messaggio si sente di rivolgere alle nuove generazioni di arbitri e atleti ferraresi?
“Dopo quarant’anni posso dire che ne è valsa assolutamente la pena. Non è stato un percorso facile, ma era giusto andare in quella direzione. Se si può dare un contributo per superare pregiudizi o aprire una strada, è importante farlo. La mia fortuna è stata avere accanto persone che mi hanno sostenuta e che credevano che quel percorso avesse senso. Questo è stato il vero valore aggiunto”.
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