Non solo una mobilitazione nazionale in cento piazze, ma anche un percorso stabile sul territorio. È questo il doppio binario scelto da Centro donna giustizia e Unione donne in Italia, che hanno convocato una conferenza stampa per annunciare l’adesione ferrarese alla campagna “Senza consenso è stupro” e il lancio del laboratorio cittadino “Consenso, Scelta, Libertà”.
A firmare l’appello, tra le altre, anche Donne Democratiche, i sindacati Cgil e Uil, Possibile, Avs, Cittadini del Mondo e “Ferrara, le donne, la città”, ma resta aperto a tutte le associazioni del territorio.
Al centro della mobilitazione c’è il disegno di legge attualmente in discussione in Senato, noto come il Ddl Bongiorno, che interviene sull’articolo 609-bis del Codice penale, la norma sulla violenza sessuale.
Stefania Guglielmi, presidente Udi, ha ricostruito il quadro giuridico ricordando che l’attuale formulazione risale alla riforma del 1996, frutto di una lunga mobilitazione femminista iniziata alla fine degli anni Settanta. Oggi la legge punisce chi, “con violenza o minaccia o abuso di autorità”, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali.
Negli anni, ha spiegato Guglielmi, la giurisprudenza e la ratifica della Convenzione di Istanbul (legge italiana dal 2013) hanno introdotto di fatto il principio secondo cui ogni rapporto senza consenso deve essere penalmente sanzionato. Ma l’assenza di consenso, in Italia, non è ancora esplicitata in modo lineare nel testo normativo.
Una prima proposta bipartisan, presentata lo scorso 25 novembre, puntava proprio a inserire in modo chiaro il requisito del “consenso libero, consapevole, inequivocabile e revocabile”. Un passaggio salutato come storico, con l’immagine simbolica della stretta di mano tra Elly Schlein e Giorgia Meloni.
Ma nel passaggio al Senato il testo è stato modificato. La nuova formulazione parla di atti sessuali compiuti “contro la volontà della persona”, introducendo il concetto di dissenso. Una differenza che, per le associazioni, non è solo terminologica ma sostanziale.
“Chiedere il consenso – ha spiegato Angela Alvisi, presidente del Centro donna giustizia – significa porre sullo stesso piano le persone coinvolte. Parlare di dissenso rischia invece di riportare la responsabilità sulla vittima, chiamata a dimostrare di aver espresso un rifiuto”.
Le organizzazioni intervenute – dalle Donne Democratiche a Cgil, Possibile e Uil – hanno parlato di un “gravissimo arretramento al primo Codice Rocco”.
Non solo per la riduzione della pena prevista nel nuovo testo (da 4 a 10 anni rispetto agli attuali 6-12), ma per l’impianto culturale sotteso: una visione dei rapporti uomo-donna che, secondo le promotrici, rischia di normalizzare l’idea che l’iniziativa sia maschile e che alla donna spetti l’onere di opporsi.
Il tema, hanno sottolineato, non riguarda solo il processo penale, ma l’intera società: dall’educazione affettiva nelle scuole ai finanziamenti stabili ai centri antiviolenza, fino alla formazione di magistrati e operatori sanitari.
Accanto alle mobilitazioni – il 15 febbraio a Bologna e quella nazionale del 28 febbraio a Roma – Ferrara avvia un percorso autonomo. Il laboratorio “Consenso, scelta, libertà” verrà promosso il prossimo 8 marzo con presidi e banchetti dedicati in piazza. Si tratta di un collettivo dinamico e aperto a tutte le soggettività femminili e femministe del territorio.
L’obiettivo è costruire una risposta collettiva e una lettura femminista autonoma, rendendo visibili gli effetti sociali delle scelte normative e promuovendo una mobilitazione diffusa nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nei contesti culturali.
“Non possiamo limitarci all’onda emotiva del singolo caso di cronaca – ha aggiunto Alvisi -. Contrastare la violenza sessuale significa agire sulla cultura, sugli stereotipi, sulla struttura patriarcale della società”.
“È una battaglia culturale che riguarda la nostra umanità – hanno concluso Alvisi e Guglielmi -. Il consenso non è un dettaglio tecnico: è il fondamento della libertà e dell’autodeterminazione”.
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