È scoppiato anche a Ferrara il caso del volantino “La scuola è nostra” distribuito davanti alle scuole in tutta Italia da Azione studentesca, espressione della destra giovanile, con il quale gli studenti vengono invitati a segnalare gli insegnati di sinistra che fanno propaganda politica in aula.
La cosa è senza dubbio sconcertante e rientra nel solco dei metodi con cui l’attuale destra al potere agisce per manipolare l’opinione pubblica e fare degli oppositori dei nemici, ma nel tentativo di entrare nel dibattito senza frettolosi pregiudizi occorre innanzitutto, secondo me, partire da un dato di fatto: la “neutralità” non esiste. Il punto è proprio questo: in determinati ambiti, come la magistratura e appunto la scuola, si pretende una neutralità che non è umanamente dato che esista, poiché nessuno che viva degnamente nel contesto sociale è privo del suo pensiero e del relativo diritto di manifestarlo, faccia o meno comodo ad altri.
Allora ecco che si delinea l’unico e vero nocciolo della questione, ossia la correttezza nell’esercizio di quella data funzione, che in altri termini si concretizza nel far sì che il proprio pensiero, e nel caso in esame la propria posizione politica in ambito scolastico, non venga utilizzato impropriamente, allo scopo di incidere forzosamente e portare a sé quello altrui, abusando dell’autorevolezza che gli viene dalla propria posizione.
Fin qui ci siamo, e quindi concordo: gli insegnanti non devono fare propaganda a scuola. Basta e avanza quella che fuori da quei portoni impera, stucchevole e beota, nel misero dibattito politico fondato su attacchi personali e false informazioni, e che riducono il confronto ad una mera battaglia comunicativa a colpi di slogan ad effetto, ben lontana dall’essenza dei temi trattati.
Cosa, invece, spetta agli insegnati? Cosa fa, o dovrebbe far parte, del loro mandato professionale? La dialettica. Soprattutto, ma non solo, nell’ambito delle materie umanistiche, la promozione e l’esercizio della dialettica. È proprio la scuola, infatti, con particolare riguardo ai corsi superiori, che costituisce la prima e fondamentale “palestra del pensiero critico”. In famiglia, ammesso che si parli di società e politica, è più probabile che gli adolescenti tendano ad assorbire, o magari a rifiutare per partito preso, le posizioni degli adulti. E non è certo per la strada o sui social che possono trovare ambienti adatti a stimolare un maturo pensiero critico.
Destra, centro, sinistra, poco importa cosa pensa e quale partito vota l’insegnante. Importa che, pur manifestando ciò in cui crede e senza celarsi dietro a una pretesa neutralità che non esiste, non faccia propaganda, ma si impegni a incentivare i ragazzi al confronto dialettico, a metterli in guardia dai propri e altrui pregiudizi, a fugare le semplificazioni di comodo e a non temere la complessità delle cose, ad ascoltare e a sforzarsi di comprendere, nonché a coltivare il rispetto, purché espresse civilmente, delle altrui opinioni. È solo così che si rafforzano le proprie e si può legittimamente far parte della società civile. Quella che ahinoi, di questi tempi, è in grande sofferenza.
Se fossi un insegnate, coglierei l’occasione per sottolineare la differenza tra propaganda e dialettica.
Poi certo, siamo in democrazia e la maggioranza vince. Senza trucchi, bassezze, falsità e arroganza, però, sarebbe meglio.
Roberto Giacometti