Le proteste della popolazione iraniana non si fermano: la stampa parla di migliaia di morti. Ci siamo occupati dell’Iran nei giorni scorsi con “L’autobus incantato” di Majid Bita: oggi parliamo di Mana Neyestani, autore della graphic novel “Una metamorfosi iraniana”. “Una metamorfosi iraniana”: omaggio all’Iran che resiste
di F. Braida
“Tutto è cominciato con uno scarafaggio”: questo è il titolo del primo capitolo della graphic novel di Mana Neyestani, “Una metamorfosi iraniana” (Coconino 2012).
Il testo è la storia dell’odissea di Neyestani: finito in carcere in Iran a causa di un fumetto (pubblicato su una rivista per ragazzi), scappa in diversi paesi, per poi trovare rifugio in Francia.
Il carcere in cui viene richiuso è Evin (che molti di noi conoscono anche grazie alla vicenda di Cecilia Sala): cosa ci può essere di così compromettente in un fumetto per ragazzi? Anni prima Neyestani aveva collaborato con i giornali politici di opposizione, però la repressione governativa lo aveva spinto a cambiare radicalmente registro: quindi era passato dalle vignette politiche ai fumetti per ragazzi. Un lavoro tranquillo: apparentemente va tutto bene ma nel 2006, per un fumetto dove si cita una parola in lingua azero (pronunciata da uno scarafaggio) scoppiano dei disordini in Azerbaidjan. Convocato nell’ufficio del procuratore viene condannato a un mese di detenzione provvisoria.
Sui muri della cella trova incisi i nomi dei detenuti che lo hanno preceduto (insegnanti, militanti, giornalisti). Dentro c’è solo una coperta sporca e l’insetto che dà il titolo al primo capitolo: lo scarafaggio (richiamo trasparente al testo di
Kafka) sarà una presenza costante per tutti i 17 capitoli della graphic novel.
In carcere la questione del fumetto sembra passare in secondo piano: infatti viene interrogato sui colleghi (“scriva tutto ciò che sa di loro”) e sui giornalisti dissidenti.
L’accusa nei suoi confronti non è per nulla lieve: avrebbe minato la sicurezza interna del paese. Intanto le proteste nelle città azere continuano e vengono represse violentemente.
Passa 50 giorni in cella insieme a Mehrad, il caporedattore della rivista: sono assistiti da un avvocato, il “dottor intrepido”, il cui intervento è modesto. È un avvocato poco indipendente e per nulla efficace: sulla sua schiena Neyestani disegna una specie di “molla” e infatti si rivelerà soltanto un manichino nelle mani della polizia. Nei 17 capitoli passiamo di angoscia in angoscia: il sottofondo è costituito dalle urla dei torturati in prigione.
Successivamente Neyestani e Mehrad vengono spostati dalla sezione 209 alla sezione 350 (la sezione dei lavoratori), poi alla sezione quarantena. Qui assistono a episodi di violenza: la violenza delle guardie sui prigionieri, ma anche la violenza tra i prigionieri stessi. Per alcuni detenuti c’è inoltre un problema in più: la dipendenza dalla droga.
Il processo intanto va avanti: dopo un prolungamento della pena detentiva, arriva la libertà provvisoria inizialmente di 10 giorni, poi di un mese. Eppure vengono condannati alla reclusione: prima che l’ordine venga eseguito Neyestani prova a lasciare il paese con l’aiuto dell’ambasciata francese, che promette ma non mantiene. A questo punto Neyestani e Mansoureh, la sua compagna, decidono di scappare a Dubai. Da qui progettano di spostarsi in Canada: ma il trasferimento in Canada sfuma perché l’ambasciata avanza
riserve formali. Allora si rivolgono all’ambasciata dei Paesi Bassi – inutilmente; poi a quella francese: ma l’Europa non è interessata alla loro vicenda. Rimangono quasi due mesi a Dubai, ma quando il loro visto è sul punto di scadere devono andarsene e scelgono la Turchia. In Turchia è prevista un’attesa di dieci mesi: invece di aspettare raggiungono la Malesia, dove hanno il contatto di “un traghettatore” che potrebbe agevolare il loro trasferimento in Canada. Bahram, questo il nome del loro aiuto, progetta di farli spostare in Cina da dove, dopo una sosta di due settimane, potranno trasferirsi in Inghilterra. Cendrine e Sylvaine, queste le loro nuove identità, entrano in Cina: ma all’aeroporto cinese vengono scoperti, arrestati e rimandati in Malesia.
“La libertà è essere accanto a Mansoureh”: nello sconforto di un viaggio senza fine la presenza della compagna è per l’autore l’unico elemento positivo. Con il ritorno in Malesia si conclude la graphic novel. In una nota a parte ci viene detto che nel 2011 Mana Neyestani e Mansoureh sono riusciti a raggiungere la Francia, dove finalmente ha termine un’odissea cominciata nel 2006.
In realtà “l’odissea” implica il ritorno a casa. Nel caso dei protagonisti della “Metamorfosi iraniana” non è andata così. Questo è l’Iran descritto da Neyestani. Il testo è uscito più di dieci anni fa: chi volesse vedere i suoi ultimi disegni può cercarlo su instagram, dove le sue tavole accompagnano in tempo reale le proteste del popolo iraniano di queste settimane.
Grazie per aver letto questo articolo...
Da 20 anni Estense.com offre una informazione indipendente ai suoi lettori e non ha mai accettato fondi pubblici per non pesare nemmeno un centesimo sulle spalle della collettività. Il lavoro che svolgiamo ha un costo economico non indifferente e la pubblicità dei privati non sempre è sufficiente.
Per questo chiediamo a chi quotidianamente ci legge e, speriamo, ci apprezza di darci un piccolo contributo in base alle proprie possibilità. Anche un piccolo sostegno, moltiplicato per le decine di migliaia di ferraresi che ci leggono ogni giorno, può diventare fondamentale.
OPPURE se preferisci non usare PayPal ma un normale bonifico bancario (anche periodico) puoi intestarlo a:
Scoop Media Edit
IBAN: IT06D0538713004000000035119 (Banca BPER)
Causale: Donazione per Estense.com