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27 Gennaio 2026

Da Bilderberg a Palazzo Chigi: i premier italiani che hanno frequentato il club più esclusivo del mondo

di Redazione | 7 min

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Nel novembre 2011, mentre l’Italia sprofondava nella crisi del debito sovrano e lo spread tra BTP e Bund tedeschi toccava livelli record, Silvio Berlusconi rassegnava le dimissioni. In pochi giorni, senza passare per le urne, un professore della Bocconi con un curriculum internazionale impeccabile veniva nominato Presidente del Consiglio. Mario Monti non era un volto nuovo per chi seguiva le dinamiche del potere globale: il suo nome compariva regolarmente nelle liste dei partecipanti al Gruppo Bilderberg fin dagli anni Ottanta.

Dieci anni dopo, la storia si ripeteva con variazioni sul tema. Nel febbraio 2021, un altro tecnocrate di fama mondiale, Mario Draghi, veniva chiamato a guidare il governo italiano. Anche lui aveva frequentato le riunioni Bilderberg. Due premier tecnici, entrambi passati per il forum più riservato del pianeta, entrambi arrivati a Palazzo Chigi senza vincere elezioni. Coincidenza o qualcosa di più?

Il Gruppo Bilderberg: origini e funzionamento

Per comprendere il significato della partecipazione italiana a questo forum esclusivo, occorre prima capire cosa sia questa organizzazione. Come riporta Il Sole 24 Ore, tutto iniziò nel 1954 su volontà del principe Bernardo d’Olanda presso l’Hotel de Bilderberg a Oosterbeek, nei Paesi Bassi. L’obiettivo era creare un gruppo di lavoro composto da politici, uomini d’affari e professori universitari che cercasse di rispondere adeguatamente alle sfide che l’Unione Sovietica poneva all’Europa Occidentale.

Non era un gruppo segreto, ma solamente esclusivo: i partecipanti si conoscevano tutti perché frequentavano gli stessi luoghi, le stesse scuole, e condividevano gli stessi gusti. Le discussioni erano sottoposte alla regola ferrea di Chatham House, che prevede che i partecipanti sono liberi di citare le informazioni ascoltate ma senza indicare l’identità del relatore né la sua provenienza.

Da allora, ogni anno circa 130 persone accuratamente selezionate si riuniscono per quattro giorni di discussioni a porte chiuse. Non vengono prese decisioni formali, non si votano risoluzioni, non si emettono comunicati ufficiali. Eppure, la lista dei partecipanti nel corso dei decenni legge come un who’s who del potere occidentale.

Mario Monti: il tecnocrate perfetto

La storia di Mario Monti con Bilderberg inizia ben prima della sua ascesa a Palazzo Chigi. Economista formatosi a Yale, rettore della Bocconi, Commissario europeo per il Mercato interno prima e per la Concorrenza poi, Monti incarnava il profilo ideale del partecipante Bilderberg: competente, internazionale, discreto.

Le cronache documentano la sua presenza alle riunioni fin dagli anni Ottanta. Nel corso dei decenni, Monti ha partecipato a numerosi incontri, costruendo relazioni con l’élite politica ed economica transatlantica. Non era solo un invitato occasionale: Monti divenne membro del Comitato Direttivo, il ristretto gruppo che governa l’organizzazione e seleziona i partecipanti.

Quando scoppiò la crisi del debito sovrano nel 2011, il suo nome circolava già da tempo come possibile soluzione tecnica per un’Italia in difficoltà. La sua nomina a senatore a vita da parte del Presidente Napolitano, avvenuta pochi giorni prima dell’incarico di formare il governo, spianò la strada costituzionale alla sua premiership.

Il governo Monti, composto interamente da tecnici non eletti, varò riforme impopolari ma ritenute necessarie dai partner europei: la riforma delle pensioni Fornero, aumenti fiscali, misure di austerità. I critici videro nella sua ascesa la conferma dei loro sospetti: un uomo formato nelle stanze del potere globale, imposto dall’esterno per attuare politiche gradite ai mercati finanziari e alle istituzioni europee.

Mario Draghi: l’uomo che salvò l’euro

Se Mario Monti rappresentava il tecnocrate accademico, Mario Draghi incarnava il banchiere centrale per eccellenza. Formatosi al MIT sotto la guida del premio Nobel Franco Modigliani, Draghi aveva ricoperto ruoli di crescente responsabilità: Direttore Generale del Tesoro italiano, Managing Director di Goldman Sachs International, Governatore della Banca d’Italia.

La sua consacrazione globale arrivò nel 2011, quando assunse la presidenza della Banca Centrale Europea. È in questo ruolo che pronunciò le tre parole che sarebbero entrate nella storia economica: “whatever it takes”. Con quella frase, pronunciata a Londra nel luglio 2012, Draghi segnalò ai mercati che la BCE avrebbe fatto tutto il necessario per salvare l’euro. La speculazione contro i titoli di stato dei paesi periferici si arrestò quasi istantaneamente.

Anche Draghi aveva frequentato le riunioni Bilderberg, come documentato dalle liste ufficiali pubblicate dall’organizzazione. La sua partecipazione, in linea con il suo profilo di banchiere centrale di rilevanza globale, lo inseriva nella ristretta cerchia di decisori che plasmano la politica economica occidentale.

Quando nel febbraio 2021 il Presidente Mattarella lo chiamò a formare un governo di unità nazionale, Draghi godeva di un prestigio internazionale senza precedenti per un premier italiano. I leader mondiali lo conoscevano personalmente, i mercati si fidavano ciecamente di lui, le istituzioni europee lo consideravano uno dei loro.

La presenza italiana a Bilderberg: una tradizione consolidata

Monti e Draghi non sono casi isolati. L’Italia ha sempre avuto una presenza significativa alle riunioni Bilderberg, riflettendo l’importanza strategica del paese nel sistema di alleanze occidentali. Secondo gli archivi disponibili sul Bilderberg Club, numerosi esponenti dell’establishment italiano hanno partecipato nel corso dei decenni.

Giovanni Agnelli, patriarca della FIAT, fu membro del comitato direttivo per anni, rappresentando il cuore del capitalismo italiano ai massimi livelli internazionali. Banchieri come Guido Carli e Tommaso Padoa-Schioppa, industriali come Franco Bernabé e Marco Tronchetti Provera, politici come Giulio Tremonti ed Enrico Letta hanno calcato le stanze riservate del forum con regolarità.

Questa presenza riflette una realtà storica: l’Italia del dopoguerra era un paese cruciale nella Guerra Fredda, sede del più grande partito comunista dell’Europa occidentale. Mantenere l’Italia saldamente ancorata all’alleanza atlantica era una priorità strategica, e forum come Bilderberg servivano a cementare i legami tra le élite italiane e i loro omologhi americani ed europei.

Il dibattito: incubatore di leader o riflesso del potere?

La questione fondamentale che circonda Bilderberg riguarda la natura stessa del suo ruolo. Esistono due interpretazioni contrapposte.

La prima, sostenuta dai critici, vede nel Gruppo un’anticamera del potere dove vengono selezionati e promossi i futuri leader. Secondo questa lettura, la partecipazione a Bilderberg funzionerebbe come un processo di cooptazione: i candidati promettenti vengono valutati, le loro idee testate, le loro lealtà verificate. Chi supera l’esame viene poi sostenuto nella scalata verso posizioni di maggiore responsabilità.

La seconda interpretazione, difesa dai sostenitori del forum, ribalta la prospettiva. Bilderberg non creerebbe leader ma si limiterebbe ad invitare persone che sono già sulla traiettoria del potere. Il fatto che molti partecipanti raggiungano successivamente posizioni apicali non dimostrerebbe causalità ma semplice correlazione.

La verità probabilmente incorpora elementi di entrambe le interpretazioni. Bilderberg offre indubbiamente opportunità di networking ai massimi livelli, accesso a informazioni privilegiate sulle tendenze globali, e la possibilità di costruire relazioni che possono rivelarsi decisive in momenti cruciali.

Tecnocrazia e democrazia: un equilibrio difficile

I casi di Monti e Draghi sollevano interrogativi più profondi sul rapporto tra competenza tecnica e legittimità democratica. Entrambi sono arrivati al governo in momenti di crisi, chiamati a risolvere problemi che la politica ordinaria sembrava incapace di affrontare. Entrambi hanno governato con maggioranze parlamentari ma senza mandato elettorale diretto.

I sostenitori della tecnocrazia argomentano che certi problemi richiedono competenze specifiche che i politici di carriera spesso non possiedono. La gestione di una crisi finanziaria o di una pandemia globale richiede conoscenze tecniche che si acquisiscono in istituzioni come le banche centrali, le università internazionali, o i forum dove si discutono le grandi questioni globali.

I critici replicano che la democrazia richiede accountability: chi governa deve rispondere agli elettori, non ai mercati o alle istituzioni sovranazionali. Un premier che non ha mai chiesto il voto dei cittadini, per quanto competente, manca di quella legittimità popolare che è il fondamento del sistema democratico.

Conclusioni: trasparenza e potere nel XXI secolo

La storia della partecipazione italiana al Gruppo Bilderberg riflette le tensioni irrisolte della governance contemporanea. In un mondo globalizzato, dove le decisioni che influenzano la vita dei cittadini vengono prese a livelli sempre più distanti e opachi, forum come Bilderberg sollevano domande scomode sulla natura del potere.

L’organizzazione ha compiuto passi verso una maggiore trasparenza, pubblicando liste di partecipanti e temi generali di discussione. Tuttavia, il nucleo delle conversazioni rimane riservato, alimentando sospetti che nessuna apertura parziale potrà mai dissipare completamente.

Quello che appare certo è che l’Italia continuerà ad essere rappresentata a questi tavoli. Che questo sia un bene o un male per la democrazia italiana è una domanda che ogni cittadino è chiamato a porsi.

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