Politica
26 Gennaio 2026
L'intervento unitario di Avs, Possibile, Coalizione civica e La Comune sul passaggio a firma Bongiorno da 'consenso' a 'dissenso'

Ddl stupri. “Così arretrano i diritti delle vittime”

di Redazione | 3 min

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“Non è una banalità terminologica, ma una scelta politica”. È netta la presa di posizione delle sezioni ferraresi di Alleanza Verdi Sinistra, Possibile, Coalizione Civica e La Comune contro la modifica al Ddl stupri proposta dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno, che sostituisce il riferimento al “consenso” con quello al “dissenso”.

Secondo le forze politiche, il cambiamento rappresenta “un arretramento grave nella tutela delle vittime” e rischia di svuotare il principio stesso su cui dovrebbe poggiare la definizione di violenza sessuale. “Si fa presto a dire che dissenso e consenso siano sinonimi – spiegano – ma sono termini in contrapposizione tra loro, e la differenza è lo spazio esatto in cui un aggressore può avere la meglio sulla propria vittima per una seconda volta”.

Nel loro comunicato, entrano quindi nel merito della questione giuridica e culturale. “Un aggressore non aspetta il consenso. Non gli importa se chi ha di fronte è d’accordo, altrimenti non sarebbe tale per definizione”, sottolineano. Proprio per questo, avvertono, il riferimento al dissenso rischia di trasformarsi in un alibi: “Potrebbe permettere di andare in tribunale e dire: ‘Io non ho sentito un no, quindi pensavo andasse bene'”.

Il dissenso, denunciano, “diventa il diritto dell’aggressore di non farsi domande, di ignorare il corpo pietrificato di chi ha di fronte”, mentre l’onere ricade su chi subisce la violenza. “Se la legge parla di dissenso – proseguono – sta dicendo che è compito della vittima farsi sentire, lottare, mentre chi agisce la violenza può approfittare di quel vuoto”.

Una scelta che, secondo i gruppi, non può essere derubricata a semplice disattenzione. “La senatrice Bongiorno questa differenza la conosce, in quanto avvocata. Non è un errore: è una scelta politica, che svuota la legge per non disturbare una cultura patriarcale che fatica a cedere il passo”.

Particolare preoccupazione viene espressa anche per le conseguenze nelle aule di tribunale. “Le fasi processuali sono spesso una seconda violenza istituzionale – affermano – perché i riflettori non sono puntati sull’aggressore, ma sulla vita di chi ha subito lo stupro”. E con una norma fondata sul dissenso, avvertono, “possiamo già sentire le domande sulla credibilità della vittima: perché non aveva urlato, perché aveva bevuto, perché era sola, perché era vestita in quel modo”.

Il nodo centrale, secondo i firmatari del comunicato, è l’inversione dell’onere della prova: “Introdurre il dissenso significa trasferire la responsabilità dall’aggressore alla vittima. Sarà lei a dover dimostrare di aver detto ‘no’, e non più lui a dover dimostrare di aver ricevuto un ‘sì'”.

Da qui la richiesta di una norma diversa, chiara e coerente con gli impegni internazionali dell’Italia. “Vogliamo una legge che spenga i riflettori sulla vita delle vittime e li accenda sulle responsabilità degli aggressori. Che la domanda non sia più ‘perché non hai gridato?’, ma: “Perché ti sei sentito in diritto di toccarla senza che lei ti avesse detto sì?””.

Un appello finale al rispetto della Convenzione di Istanbul, ratificata dal nostro Paese dodici anni fa. “Chiediamo una legge che non lasci spazio a interpretazioni o ad alibi di comodo – concludono – e che riconosca finalmente il sesso senza consenso per quello che è: stupro”.

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