Eventi e cultura
24 Gennaio 2026
In “Tre modi per non morire” l'attore e il regista Giuseppe Montesano rimettono al centro la parola rivelatrice di verità

L’arte di non morire secondo Toni Servillo

di Redazione | 3 min

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di Federica Pezzoli

La parola e la poesia come antidoti al feudalesimo digitale della nostra contemporaneità. Potrebbe essere questa la sintesi di “Tre modi per non morire”, il manifesto poetico, filosofico e… politico – nel senso greco del termine – portato sul palcoscenico dalla coppia Servillo-Montesano, in scena al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara fino a domenica 25 gennaio.

Un viaggio in tre quadri a ritroso nella cultura occidentale in forma di monologo, scritto da Giuseppe Montesano e interpretato da Toni Servillo: un percorso che vuole essere un antidoto alla schiavitù tecnologica che immobilizza la ragione e condanna all’avvilimento dei cuori e al peggiore dei peccati, la noia.

Il primo capitolo del viaggio, “Monsieur Baudelaire, quando finirà la notte?”, è una feroce invettiva che denuncia come la poesia sia stata sconfitta da una squallida realtà: eppure è in questa sconfitta che fioriscono la verità e la bellezza. Il carnevale del tempo di Baudelaire è il carnevale del nostro tempo, dominato da capi demagocici perché vissuto da popoli complici, un tempo dove trionfano la prostituzione del danaro e l’estetizzazione della vita, fondata sul solo comandamento della società del consumo: desiderare e godere di qualunque cosa venga indicata come degna di desiderio da altri.

Per non morire bisogna vivere: proprio quello che non hanno saputo fare gli ignavi, il primo incontro del capitolo “Le voci di Dante”. Attraverso le epoche sono coloro che scelgono di non scegliere, una massa indistinta contro la quale si stagliano ancora più vivide le figure che il poeta rende eterne proprio perché hanno scelto, nella consapevolezza del rischio che correvano. Ulisse, protagonista pagano del più cristiano dei viaggi, a sua volta viaggiatore per eccellenza, è colui che si lancia “dentro il vuoto per trovare il nuovo”. Francesca e Paolo, che nemmeno la morte è riuscita a separare, condannati al paradiso terrestre fra le fiamme. Dante è “ventriloquo divino”, il suo viaggio è il nostro viaggio, “siamo noi ad essere smarriti nel sonno della nostra vita”, ed è la sua invocazione di Apollo, il dio selvaggio della poesia, a condurci verso il terzo e ultimo capitolo: “Il fuoco sapiente”, dedicato ai sapienti dell’antica Grecia. Un popolo di maghi, filosofi, matematici, che non è mai appartenuto a una sola patria e che aveva “per lingua il greco e per orizzonte il Mediterraneo”. E ovunque fondassero nuove città non poteva mancare un teatro, perché la poesia è “una delle forme in cui la vita si fa nostra” e il teatro è “lo specchio magico in cui si contempla la vita”, “il luogo in cui si rivela la verità”.

Assoluta protagonista dello spettacolo: la parola, senza nessun altro orpello. Nessun oggetto, nessuna scenografia: solo un microfono e un leggio. Servillo dimostra una volta di più la sua maestria proprio perché dà voce alla parola e tiene in pugno gli spettatori durante tutto lo spettacolo creando un flusso ritmico attraverso declamazioni, sussurri, silenzi. Un capolavoro il cambio di registro nel capitolo “Il fuoco sapiente”, quando per parlare della verità del teatro le luci in sala si alzano e la lingua prende l’inflessione napoletana.

“Tre modi per non morire” è uno spettacolo potente proprio perché essenziale; un inno alla bellezza, quella vera che è salvezza; all’amore, sconvolgente come l’abisso; al pensiero aperto e curioso verso l’altro e il mondo.

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