Attualità
19 Gennaio 2026
Mercoledì 21 gennaio la cerimonia in via Bologna per l'olimpionico ferrarese vittima dell'Olocausto e i familiari deportati

Da olimpionico ad Auschwitz, pietre d’inciampo per Gino Ravenna e la famiglia

di Redazione | 4 min

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La Giornata della Memoria è stata istituita 21 anni fa dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, scegliendo come data il 27 gennaio, giorno della Liberazione, nel 1945, del campo di concentramento di Auschwitz. Proprio al più tristemente noto dei campi di sterminio nazisti è legata la storia di uno dei più illustri atleti della Palestra Ginnastica Ferrara, quella di Gino Ravenna, l’unico Olimpionico Italiano (Londra 1908) ad esservi morto durante l’Olocausto.

Quest’anno, il Comune di Ferrara, proseguendo con il progetto di posa di pietre d’inciampo per ricordare i tanti appartenenti alla comunità ebraica ferrarese decimata dalla Shoah, ha deciso, tra gli altri, di postare quella a lui dedicata, unitamente a quelle degli altri morti della famiglia Ravenna-Rossi. La cerimonia di svelamento di queste si terrà mercoledì 21 gennaio alle ore 11, in via Bologna, in prossimità di Porta Paola, dove aveva sede la loro attività commerciale. In questo caso, le pietre dedicate alla memoria di Gino Ravenna, Letizia Rossi, Franca Eugenia Ravenna, Eugenio Ravenna e Marcello Ravenna non saranno posate di fronte alla casa di residenza, come prevede il Progetto delle Pietre d’inciampo ideato nel 1992 dall’artista Gunter Demnig e diffusosi in tutta l’Europa, in quanto l’edificio non è più esistente e, pertanto, saranno posate in un luogo limitrofo di grande visibilità.

Gino Ravenna (Ferrara, 30 agosto 1889 – Auschwitz, 1944) è stato uno dei 29 campioni della Palestra Ginnastica Ferrara incaricati di rappresentare l’Italia nel concorso generale di ginnastica artistica a squadre ai Giochi Olimpici di Londra 1908. La Pgf, infatti, dopo aver vinto le selezioni nazionali, aveva ricevuto dalla Federazione Ginnastica d’Italia questo prestigioso compito, cogliendo nella città britannica un lusinghiero sesto posto con lodi per il metodo dimostrato, e gli atleti furono riabbracciati dalla Città di Ferrara con ogni onore al loro rientro in patria.

La passione sportiva caratterizzò tutta la vita di Gino che, rientrato dalla Prima Guerra Mondiale, si dedicò al commercio. Tutta la famiglia Ravenna era conosciuta a Ferrara e uno dei cinque fratelli di Gino, Renzo (anche lui, da giovane, Palestrino), fu Podestà di Ferrara dal ’26 al ’38, uno dei due soli podestà fascisti di origini ebraiche in Italia prima dell’introduzione delle leggi razziali. A parte la rinuncia alla carica del fratello, le leggi razziali non causarono troppi problemi per l’attività commerciale e nemmeno nei rapporti sociali, benché anche Gino fosse stato escluso, come tutti, da associazioni, circoli e, naturalmente, dal partito fascista.

La svolta fu invece rappresentata, come per la quasi totalità degli Ebrei italiani, con l’8 settembre 1943. Dapprima Gino si rifugiò nella frazione di Albarea, per continuare a dirigere da lì l’attività, ma l’arresto del figlio Eugenio, detto “Gegio”, l’8 ottobre fece precipitare gli eventi. Dopo aver provato invano di farlo scarcerare, la famiglia tentò la fuga in Svizzera ma, arrestati a Domodossola, finirono prima nel carcere di via Piangipane, per poi essere condotti, l’11 febbraio 1944, al Tempio di via Mazzini 95, trasformato in campo di concentramento provvisorio per pochi giorni, in attesa che il nuovo rastrellamento degli ebrei ferraresi si tramutasse nel trasferimento a Fossoli. La permanenza nel campo modenese fu breve e la storia diventa tristemente uguale a quella di altre migliaia di persone: il viaggio, durato quattro giorni (dal 22 al 26 febbraio), sul convoglio “n.8” per Auschwitz e gli eventi che portarono alla morte di quasi tutta la famiglia di Gino: si salvò infatti solo il figlio Gegio, che sarà uno dei soli cinque ebrei ferraresi sopravvissuti al campo di sterminio di Auschwitz, grazie alla liberazione russa del 27 gennaio 1945.

È da Eugenio quindi che si apprendono i fatti successi in Polonia, pochi per la verità, dove, quello che fu un Olimpionico acclamato per la gloria portata al nostro Paese, fu trasformato in un numero, il 174.541. Gino si era salvato dalla prima “selezione” ed era riuscito a rimanere accanto al figlio, aveva lavorato per un mese e mezzo circa, fino a quando le forze lo avevano assistito. Per alcuni giorni rimase nella baracca ma al terzo giorno Gegio non lo trovò più. Un deportato che parlava italiano gli riferì che da poco Gino era stato prelevato. Prima di lasciare la baracca gli aveva raccomandato di dire al figlio che lo salutava e “di tener duro”. Solo che in quel terzo giorno il camino aveva ricominciato a fumare.

(Testo di Mirko Rimessi, fiduciario Coni e consigliere della Palestra Ginnastica Ferrara. Questo breve racconto è stato reso possibile grazie all’archivio storico della stessa Associazione Sportiva e dalla documentazione storica fornita dal nipote Michele Ravenna, ricostruito da varie fonti).

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