di Emanuele Gessi
Rete Pace Ferrara è scesa in piazza per schierarsi dalla parte del popolo iraniano, vittima da settimane della brutale repressione del regime. Il presidio, a cui hanno partecipato cinquanta persone, si è tenuto in piazza Cattedrale sabato mattina, 17 gennaio.
“Siamo con chi resiste – hanno scandito gli attivisti – con chi non si piega, con chi rischia tutto per i diritti e la democrazia. No a ogni intervento imperialista e coloniale. Nessun re del mondo. Basta guerre e bombe in nome della libertà. Il futuro dell’Iran appartiene solo al suo popolo”.
Tante le bandiere della pace esposte dai partecipanti all’iniziativa. Fra i cartelli realizzati dal gruppo, lo slogan “Donna vita e libertà: il tempo è adesso!” è stato ripetuto come un mantra.
Partendo dalla considerazione che la censura in corso e il blocco di internet sono condizioni che generano “il rischio che le prove delle violazioni dei diritti umani vengano perse” è stato aggiunto che: “È più che giunto il momento che gli Stati e la comunità internazionale perseguano la giustizia internazionale e affrontino un’impunità di sistema che va avanti da decenni”.
Gli attivisti, che si sono alternati nella lettura al microfono di un testo, hanno fatto il punto sulle atrocità inflitte, associandosi alle denunce e alle sollecitazioni di Amnesty International. “È emerso che le forze di sicurezza hanno commesso uccisioni illegali e di massa nella provincia di Teheran. Il 10 gennaio hanno iniziato a emergere sconvolgenti immagini di una camera mortuaria improvvisata in un fabbricato annesso alla sede dell’organizzazione di medicina legale. Amnesty International ha analizzato i primi cinque video, contando almeno 205 sacchi per cadaveri”.
Quindi la denuncia di ciò che è avvenuto in seguito. “Un testimone oculare ha raccontato che le forze di sicurezza hanno lanciato gas lacrimogeni e granate stordenti direttamente contro i manifestanti. Hanno sparato con proiettili veri, ferendo diverse persone.” Spazio anche alla testimonianza di un operatore sanitario della città di Mashhad rilasciata da lui ad Amnesty International. “Lavoro al pronto soccorso, chiunque ci portassero aveva ferite gravissime, da colpi da armi da fuoco. Alcuni avevano la faccia e le mani piene di pallini di metallo. Era chiaro che le forze di sicurezza avevano sparato per uccidere. Queste persone senza cuore non hanno la minima pietà”.
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