La capogruppo di Fratelli d’Italia, Iolanda Madeo, ritorna sul caso della minore venduta in sposa a un uomo e poi picchiata per attaccare “associazioni, collettivi, attiviste e femministe”. Secondo la consigliera comunale infatti intorno a questa vicenda ci sarebbe “un silenzio che non è distrazione, ma selezione”.
“Perché le femministe, quelle sempre pronte a parlare di violenza di genere, di patriarcato, di corpi delle donne, qui non si vedono. Non si sentono. Non gridano. Non marciano. Come se questa vicenda non rientrasse nel perimetro della loro indignazione autorizzata. Come se il suo dolore sofferto in questo caso fosse “scomodo”, difficile da incasellare, pericoloso da raccontare fino in fondo – dichiara Madeo -. Eppure, se quanto riportato è vero, siamo davanti a una delle forme più estreme di violenza possibile: la mercificazione di una minore, il tradimento totale della famiglia di origine, la trasformazione di un essere umano in oggetto di scambio. Altro che metafore. Altro che linguaggio simbolico. Qui il corpo di una quattordicenne diventa letteralmente merce. Come in un’epoca a noi lontana in cui i corpi femminili erano misurati e privati di libertà, anche questa bambina cammina a piedi nudi sull’orlo dell’inferno, vittima di un potere che la riduce a “giocattolo”, mentre il mondo che dovrebbe proteggerla resta in silenzio”.
“Dov’è finita allora la retorica della difesa delle donne? Dov’è la sorellanza? La “femminanza”? Dov’è l’urgenza morale? – continua la consigliera -. Forse si dissolve quando la realtà è troppo cruda e non consente slogan semplici. Forse sparisce quando la violenza non può essere raccontata secondo lo schema ideologico preferito, quando costringe a guardare in faccia responsabilità più complesse, più scomode, più difficili da spendere mediaticamente. Forse più semplicemente si attende il 25 novembre perché questa “storia” sia parte di un programma di giornata dedicato. Questa bambina, secondo il racconto giornalistico, non è scappata da un “mostro astratto”. È stata consegnata. Ceduta. E poi picchiata. Se questo non è il punto zero della violenza contro le donne, allora viene da chiedersi cosa lo sia”.
E poi conclude: “Il silenzio in questo caso non è neutro. È una presa di posizione. È la scelta di non vedere, di non esporsi, di non sporcarsi le mani con una storia che non produce consenso facile, generalizzato. Ed è un silenzio che pesa più di mille parole, perché arriva proprio da chi rivendica il monopolio morale della difesa delle vittime. Se il femminismo vuole essere qualcosa di più di un’etichetta, dovrebbe partire da qui. Da una bambina venduta e picchiata. Da una storia che non fa comodo a nessuno. Perché se davanti a questo orrore si tace, allora il problema non è il patriarcato. È l’ipocrisia. E quella, purtroppo, non ha genere”.
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