di F. Braida
Sono passati oltre venticinque anni dalla sua morte (Milano, 11 gennaio 1999) ma la figura di De Andrè continua a essere un punto di riferimento nel panorama musicale e culturale del nostro paese.
Ci lascia in eredità un’opera decisamente vasta che ha scavato in direzioni diverse (in ordine sparso: nella letteratura americana, nei testi sacri, nella storia contemporanea, nella musica francese).
Al centro dei suoi testi l’antimilitarismo, l’ipocrisia dei “veri valori borghesi”, la dignità degli ultimi, il disagio necessario e naturale perché solo i pesci morti vanno con la corrente.
E sempre ben netta: la lucida cognizione della volgarità dei potenti e delle istituzioni (motivo per cui, tra l’altro, nel 1965 finisce in tribunale perché il “Carlo Martello che ritorna dalla battaglia di Poitiers” è troppo esplicito).
Nato a Genova da una famiglia benestante, compie gli studi classici, si iscrive all’università ma non arriva alla laurea. Ne fa a meno perché intanto è già forte la passione per la musica: a 15 anni si era messo a suonare il banjo in un gruppo con cui si esibiva in pubblico, in casa giravano nel frattempo i dischi di Brassens e a vent’anni scrive con Clelia Petracchi La ballata del Michè. È il 1960.
Quando hanno aperto la cella
Era già tardi perché
Con una corda sul collo
Freddo pendeva Michè
La passione per la politica c’era già: quattro anni prima, nel 1956, si era iscritto alla FAI (Federazione anarchica italiana) di Carrara. Leggere la sua opera prescindendo dalla militanza libertaria è un’operazione ardua: molto bello e chiaro su questo punto il testo di Paolo Finzi (a cura di), “Che non ci sono poteri buoni. Il pensiero (anche) anarchico di Fabrizio De André”, “A”, rivista anarchica, 2018.
Quarant’anni di carriera, tredici album: mettere in fila i suoi lavori significa ripercorrere i punti salienti di tre decenni di cultura italiana. Tutti morimmo a stento, La buona novella, Non al denaro, non all’amore né al cielo, Storia di un impiegato, Rimini, Fabrizio De André/L’indiano, Creuza de mä, Le nuvole, Anime salve. E dentro questo contenitore c’è naturalmente moltissima Genova (un album è interamente in genovese), ma anche la Sardegna, il degrado politico italiano, la cultura dei nativi americani, il sottoproletariato, l’amore nelle sue mille sfumature, luminose o meno. De Andrè si è scelto, con estrema modestia, come titolo quello di “suonatore di chitarra”, oppure quello di artigiano. Non potrei scrivere, ha detto, come Proust o Steinbeck: “faccio semplicemente canzoni”.
Non è diventato un monumento, buono solo per i piccioni, e nemmeno un bene di consumo. Per questo hanno ragione quelli che affermano che sotto le sue canzoni si sentono le pietre del selciato: cioè la rivolta e l’indignazione.
E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credervi assolti
siete lo stesso coinvolti.
Sono i versi citati nel web a ripetizione, nei giorni dello sgombero del Leoncavallo, e poi per quello di Askatasuna. Una canzone che ha cinquant’anni e che sta lí, a ricordarci che il nostro destino è solo nostro.
L’11 gennaio, anniversario della morte di De André, in molte città italiane c’è stata la consueta “cantata anarchica” (a Milano, a Siena, a Bologna ma anche a Ferrara).
Per tenere viva la parte migliore del nostro passato.
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