Attualità
14 Gennaio 2026
Oltre cento persone alla proiezione del documentario Disunited Nations con Francesca Albanese. Presenti i Sanitari per Gaza

A Ferrara il racconto di Gaza e del silenzio dell’Onu

di Redazione | 3 min

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di Emanuele Gessi

Oltre un centinaio di persone, lunedì sera, 12 gennaio, ha assistito alla proiezione, in sala Estense, del documentario Disunited Nations in cui si raccontano le atrocità che continuano ad avvenire in Palestina e i meccanismi dell’ingranaggio delle Nazioni Unite, attraverso la prospettiva della relatrice speciale dell’Onu Francesca Albanese, le cui testimonianze sono un filo conduttore della pellicola.

Durante la serata, aperta dai saluti degli organizzatori di Arci (“crediamo che il lavoro e la figura di Francesca Albanese vadano sostenuti e raccontati” ha dichiarato il vicepresidente ferrarese Mattia Antico), spazio alla voce dei Sanitari per Gaza Ferrara, che hanno introdotto la visione denunciando gli attacchi contro civili, operatori sanitari e infrastrutture mediche nella Striscia e nei territori occupati: “Come professionisti della salute – ha dichiarato il gruppo – non potevamo più rimanere in silenzio di fronte a un genocidio e al silenzio inquietante delle grandi istituzioni politiche, sanitarie e internazionali. Siamo solidali coi nostri colleghi palestinesi che sono stati uccisi durante il loro lavoro, oppure che sono tuttora detenuti ingiustamente nelle carceri israeliane”. Fra le iniziative portate avanti dai Sanitari vi è la petizione, sottoscritta da oltre 40 realtà associative, rivolta alla Regione Emilia-Romagna che chiede l’interruzione di qualsiasi rapporto commerciale con Israele.

Concluse le premesse, si sono spente le luci ed è cominciata la proiezione. Per realizzare il film, il regista Christophe Cotteret è stato con Albanese per più di un anno mentre la diplomatica svolgeva il proprio lavoro in giro per il mondo, impegnata a illuminare da un punto di vista giuridico le violazioni in atto del diritto internazionale nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e nella parte est di Gerusalemme. Il racconto si snoda tra momenti ad alta tensione, come in Germania, nel febbraio 2025, quando “c’era questa sensazione di paura – ha raccontato lei stessa – perché la polizia voleva arrestarmi. Hanno chiamato l’Onu e hanno detto che dovevano solo chiarire il mio status perché le cose che ho detto costituirebbero un crimine”. E altri carichi di emotività, come la cena alla Casa della Palestina di Londra, dove di fianco alla relatrice speciale sedeva una giornalista che nella Striscia “ha perso 90 membri della famiglia, gli zii, i cugini, le persone con cui è cresciuta”.

Fra gli obiettivi del film quello di interrogarsi sulla effettiva efficacia della macchina Onu quando la diplomazia si inceppa e la tutela delle persone diventa questione urgente.

“Nonostante il tardivo riconoscimento – afferma amaramente la voce narrante alla fine del documentario – di uno Stato palestinese, due anni dopo il 7 ottobre e il conseguente genocidio, non c’è stato alcun embargo sulle armi. Non sono state approvate sanzioni. Non c’è alcun sostegno all’Unrwa (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente, ndr) per forzare l’ingresso degli aiuti umanitari. Più che mai il fallimento morale dell’Occidente nei confronti del Sud del mondo è evidente”.

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