Politica
10 Gennaio 2026
Intervento di Ilaria Baraldi (Pd) sulla demolizione della democrazia liberale tra retorica dell'odio, repressione del dissenso e svuotamento dei diritti

Guardare agli Stati Uniti di Trump e osservare le analogie

di Redazione | 3 min

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di Ilaria Baraldi*

Per due secoli gli Stati Uniti sono stati considerati il paese della democrazia per antonomasia, la terra della libertà, dell’autogoverno, del pluralismo, delle possibilità: immagine e mito, consacrati all’inizio dell’Ottocento da Alexis de Tocqueville, perdurati nonostante una partecipazione elettorale tra le più basse dell’Occidente, l’influenza delle lobby economiche, un impoverimento del discorso pubblico, enormi disuguaglianze economiche e sociali, il persistere di vistose discriminazioni razziali, una strisciante limitazione di fondamentali libertà civili in nome della lotta prima al terrorismo poi all’immigrazione.

Ora Trump vuole dare il colpo di grazia alla Democrazia come l’abbiamo finora intesa, senza alcuna remora né sottinteso.

Il disprezzo dell’altro con atteggiamenti da bullo è diventato una consuetudine: ultimo in ordine di tempo, il balletto caricaturale contro le atlete transgender che ha fatto ridire di gusto il suo pubblico.

Se vi ricorda “chi non salta comunista é” di Meloni e Tajani, presidente del consiglio e ministro degli Esteri, o “Siete sempre solo dei poveri comunisti. Siete inutili” della ministra dell’Università e della Ricerca Bernini, o il fotomontaggio della Befana del sindaco di Trieste, non è un caso. È proprio la stessa cosa, il frutto della medesima volgarità, della pochezza politica, dell’assenza di argomentazioni, dell’approccio goliardico ai problemi, anche i più seri, della derisione puerile dell’avversario.

Amplificato, questo disprezzo per compostezza, rigore, forma, diventa disprezzo per il diritto internazionale.

Dalla demolizione del diritto internazionale (il caso Venezuela e le pretese sulla Groenlandia precedono di poche ore la dichiarazione trumpiana “non ho bisogno del diritto internazionale”) a quella del diritto interno, il passo è paurosamente breve.

L’assassinio a Minneapolis di Renee Good, cui un agente della polizia speciale di Trump, l’Ice, ha sparato tre colpi di pistola in volto non è altro che la conseguenza del senso di impunità in cui si muovono i sodali del presidente, acuita dalla retorica sul nemico da combattere (gli immigrati).

Se anche questo – il nemico da combattere e sconfiggere – vi suona familiare, è perché la retorica della destra di là è di qua dall’oceano è la stessa e gli strumenti i medesimi: esasperare il conflitto, produrre reazioni violente, e giustificare un’ulteriore stretta repressiva e autoritaria.

Il decreto sicurezza, approvato lo scorso giugno, ha dato veste giuridica alla strategia di repressione del dissenso del governo di Meloni; la pratica degli sgomberi (del centro sociale Askatasuna a Torino e del Leoncavallo a Milano) e delle intimidazioni verso attiviste e attivisti ha generato un clima di ostilità verso ogni espressione di conflittualità sociale.

Ma il conflitto sociale è il sale della democrazia.

Governare il conflitto significa guidarlo a sintesi, non reprimerlo né schiacciarlo.

Gli spazi del dissenso sono spazi di relazioni e vita collettiva, sono l’idea stessa di cittadinanza come partecipazione ed emancipazione.

Le scelte repressive di questa politica della legalità trumpiana e meloniana non sono una risposta alla crisi delle forme e dei luoghi della cittadinanza. Ne sono la causa perché contrappongono la difesa della legalità agli obiettivi di giustizia sociale, anteponendo il rispetto cieco della legge (spesso quella del più forte) ai principi dell’eguaglianza, dei diritti fondamentali, della cura delle persone.

*Responsabile Diritti, Pari opportunità e Terzo settore per la Segreteria regionale del Partito Democratico 

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