Recensioni
9 Gennaio 2026
Presso il circolo Arci Bolognesi è stato presentato il nuovo testo di Majid Bita: “L’autobus incantato” (Canicola 2025). In sala era presente l’autore che ha dialogato con il pubblico

“La macchina del terrore”: la storia dell’Iran nella nuova graphic novel di majid Bita

di Redazione | 6 min

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Majid Bita torna in libreria con una nuova graphic novel: “L’autobus incantato” (Canicola 2025). Quasi 350 pagine, rigorosamente in bianco e nero, esattamente come nel precedente “Nato in Iran” (Canicola 2023).

In apertura un prologo senza titolo di 8 pagine (7 delle quali prive di testo) in cui assistiamo a un inseguimento per strada, un pestaggio e una probabile esecuzione. Poi inizia il testo vero e proprio e le prime parole sono:

La macchina del terrore del regime aveva iniziato a uccidere già a metà degli anni ottanta”.

Quel tratto di ferocia che il prologo ci aveva lasciato immaginare, ora viene dispiegato con ampiezza.

Tanto è vero che le prime dieci pagine sono un sunto estremamente chiaro di cosa sia vivere in un paese non democratico:

censura, accuse false, paura, spionaggio, clandestinità.

La vicenda è ambientata nel novembre del 1996: in una riunione clandestina un gruppo di intellettuali iraniani decide di costituire il consiglio consultivo dell’Associazione degli scrittori (p. 18).

Nel corso della serata si discute anche dell’invito giunto da parte di Anush, un traduttore armeno: ci sarebbe la possibilità di partecipare a tre giorni di incontri e convegni in Armenia. I presenti sono consapevoli dei rischi (“vi uccideranno tutti”, afferma uno del gruppo), ma decidono ugualmente di andare.

Partecipano in 21. Che l’iniziativa parta sotto pessimi auspici è chiaro fin da subito: gli intellettuali sono spiati e le loro conversazioni intercettate (pp. 45, 58).

La narrazione è interrotta da inserzioni, che si differenziano anche dal punto di vista grafico (sono pagine su sfondo nero). Tutte le inserzioni riguardano interviste svolte in anni recenti (1999-2013) ad alcuni dei protagonisti della vicenda (Firooz, Toofan, Azad, Shapoor ecc).

Il testo si sviluppa pertanto su due piani temporali diversi: da una parte il viaggio in autobus, dall’altra i commenti rilasciati in anni successivi.

Inoltre le interviste hanno luogo in città europee (Praga, Francoforte, Parigi, Londra) o americane (Washington): mai in Iran. Per i protagonisti della storia la fuga o l’esilio sono state evidentemente le uniche possibilità di sopravvivenza.

Nelle conversazioni il primo riferimento è la rivoluzione del 1979, spartiacque della storia contemporanea dell’Iran. Dopo il 1979, veniamo a scoprire, la repressione colpisce ogni aspetto della vita quotidiana, centri culturali compresi: e nella repressione è implicita la pratica della tortura. Un secondo episodio significativo che viene citato è la lettera dei 134 scrittori, che Arthur Miller rese di pubblico dominio in un convegno del Pen International (novembre 1994).

In questo volume non abbiamo una scansione temporale come in “Nato in Iran”, dove i singoli capitoli procedevano per gradi (dal 1992 al 2014), intrecciando la vita singola di Bita e i destini generali del paese – fino all’epilogo inevitabile: la fuga dell’autore in Italia.

Nella nuova graphic novel Bita decide di concentrarsi su un evento unico, particolarmente celebre in Iran, come ha raccontato durante l’incontro al circolo Arci Bolognesi di qualche giorno fa.

E l’evento è appunto il presunto “invito” in Armenia.

Al momento della partenza c’è un piccolo contrattempo: l’autista ritarda e inoltre il luogo del ritrovo viene cambiato (pp. 92-101).

Il fatto veramente inquietante accade durante il viaggio, quando gli scrittori si rendono conto di essere seguiti (p. 128). Comunque in Armenia non arriveranno mai: l’autista cerca infatti di inscenare un incidente. Il tentativo fallisce, ma solo per un caso (da qui forse l’immagine dell’autobus “incantato”). Aggredito dai passeggeri l’autista confessa il tentato omicidio: “Volevo uccidervi! Vi uccideremo tutti fino all’ultimo!” (pp. 250-251).

Il viaggio era dunque una trappola, tanto più che la strada scelta dall’autista non era – ma i protagonisti lo scoprono troppo tardi – la strada consueta per l’Armenia.

Sul posto si presenta un sergente il cui lavoro è ostacolato dalle pressioni di uomini della sicurezza.

Tutti sono costretti a firmare i verbali dell’interrogatorio, con la promessa di non divulgare nulla della vicenda.

Due mesi dopo Firooz Pooya viene sequestrato per strada, a Teheran. Vengono colpiti anche altri membri del gruppo: Kamran, Shapoor, Davar vengono arrestati (pp. 326-327). Nel 1998 viene trovato il cadavere di Peyman Mehri, nel frattempo non si hanno più notizie di Roya Dana.

Nell’ultima parte torniamo nella capitale, che però non viene mai nominata: sembra una città di spettri, una metropoli popolata da masse di ombre.

Dopo quattro pagine affollate di sagome, vediamo una persona salire sul tetto di un condominio e lanciarsi nel vuoto (pp. 332-337). Sono 6 pagine prive di testo (fanno eccezione due onomatopee).

Dopo la scena del suicidio abbiamo un’ultima tavola, nella quale è inquadrata la porta di un appartamento. Oltre la soglia due voci:

Aprite la porta. Ora.

Ultimo avviso. O aprite, o entriamo.

Bita ha dialogato al Bolognesi per oltre un’ora con il pubblico, parlando della storia dell’Iran, dei protagonisti della vicenda, ma anche della propria formazione culturale. Ormai viene tradotto anche in altre lingue e questo gli ha permesso di tracciare un quadro dei rapporti con le diverse case editrici (e ha avuto parole di grande apprezzamento per la casa editrice Canicola).

Il passaggio più inquietante della conversazione è stato il riferimento a un suo eventuale ritorno in patria: può tornare senza temere nulla? Il suo è un esilio effettivo?

Cosa succede se varca il confine dell’Iran?

Sono domande alle quali non sa rispondere.

Nella prima graphic novel aveva inserito come postfazione il testo “Un mezzo esiliato”: sette pagine in cui la biografia personale risulta schiacciata dalla storia del paese.

Siamo diventati lettori leggendo libri banditi e cinefili attraverso film censurati. La maggior parte delle nostre occupazioni erano illegali”.

Ma abbiamo combattuto a vuoto”, questa la conclusione. Ora si trova in Italia e ha il problema che hanno tutti gli esuli: impadronirsi ed esprimersi in una lingua nuova (“anche quando sogno metà delle cose accadono in un’altra lingua” ha scritto); e in tutto questo deve mantenere un legame stretto con una realtà distante migliaia di chilometri.

Nel passaggio dalle sfumature oniriche della prima prova (con figure che ricordano il nostro Ervardo Fioravanti) ai nuovi spazi del secondo testo (le architetture precise di Teheran, scene di folle, i silenzi e il nero ovunque) l’arte grafica di Bita si rivela uno strumento di grande efficacia e sarebbe interessante sapere quale apprezzamento ricevono i suoi testi in patria e soprattutto se possono girare liberamente.

Chiudiamo allora dicendo alcune cose sull’Iran:

Nel 2023 Amnesty International ha registrato almeno 853 esecuzioni, nel 2024 sono state 972.

Nel 2025 sono arrivate a 1500.

In queste ore in Iran ci sono nuove manifestazioni di protesta e sono sempre più forti: la stampa parla di 30 morti e 1200 arresti.

Il lettore italiano interessato all’Iran ha già a disposizione diverse graphic novel: Satrapi, Neyestani, l’antologia “Donna Vita Libertà” (progettata dopo la morte di Mahsa Amini, 16 settembre 2022). Sul piano storiografico ricordiamo solo Ervand Abrahamian, il cui libretto “Storia dell’Iran” (Feltrinelli 2013) si segnala per chiarezza e concisione.

Qui vogliamo citare anche una bella iniziativa che ha coinvolto l’anno scorso la città di Ferrara: negli spazi del Jazz club “Il Torrione” sono stati esposti i disegni di quattro artiste iraniane (sempre una figura femminile al centro, sempre su sfondo verde).

All’elenco di materiali, testi, disegni ricordati sopra aggiungiamo ora i lavori di Bita.

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