Scritta omofoba nel centro storico di Ferrara, Arcigay denuncia
Scritta omofoba su un muro del centro storico. La parola “frocio” ha colpito direttamente una persona identificabile, spingendo Arcigay Ferrara a intervenire
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di Chiara Baratelli*
La strage di Crans-Montana lascia parole che arrivano sempre troppo tardi, quando nulla può più cambiare e il dolore è già irreparabile. Nei giorni successivi, sui social e nelle testate giornalistiche, sono comparsi commenti che giudicano le scelte dei ragazzi: “A 16 anni non si dovrebbe nemmeno andare a festeggiare il Capodanno in un locale”. Un’osservazione che suona quasi naturale per molti adulti, eppure rischia di dimenticare cosa significhi davvero essere adolescenti. A quell’età, la voglia di stare con gli amici, di vivere una serata speciale, di sentirsi un po’ grandi, è parte integrante della crescita. Pretendere la lucidità di un adulto in chi ha appena iniziato a misurare il mondo al di fuori della famiglia è ingiusto, oltre che irrealistico. Criticare a posteriori è facile; comprendere la vulnerabilità, la spontaneità e la curiosità dei giovani di fronte all’imprevedibile è molto più difficile.
Altri commenti hanno colpito un aspetto delicato: alcuni ragazzi hanno ripreso la scena con i loro telefoni e sono rimasti sul posto, suscitando critiche e interrogativi. Ma cosa significa davvero restare o riprendere in un momento simile? Si può ipotizzare che, trovandosi in un contesto di festa, la lucidità emotiva e cognitiva non fosse completa. Forse il riprendere diventa un modo per prendere distanza dall’evento che si sta vivendo, per osservare la realtà traumatica dall’esterno, per proteggersi dall’angoscia immediata. Oppure si può solo immaginare che il gesto non rifletta superficialità o irresponsabilità, ma una risposta istintiva a ciò che accade troppo in fretta per essere gestito con razionalità. Eppure, dall’esterno, è facile trasformare queste ipotesi in giudizi certi, dimenticando che nessuno, in una situazione analoga , avrebbe avuto la possibilità di agire con piena consapevolezza.
Accanto a queste riflessioni, non si può ignorare il dibattito sulla sicurezza del locale. Molti hanno sottolineato come spazi sotterranei privi di uscite adeguate rappresentino un rischio inaccettabile e come la responsabilità ricada anche sugli organizzatori e sulle strutture che dovrebbero garantire protezioni minime. È un punto cruciale: la tragedia non è solo frutto di un evento casuale, ma anche della fragilità di sistemi che dovrebbero tutelare la vita dei più giovani e non solo. Regole più rigide, controlli costanti, piani di emergenza chiari avrebbero potuto ridurre enormemente il rischio. Tuttavia, anche queste osservazioni arrivano “dopo”: nulla può restituire la vita a chi è stata spezzata, né cancellare il trauma di chi è sopravvissuto e delle famiglie colpite.
Quando la morte irrompe all’improvviso, il pensiero si spezza, il corpo reagisce prima di ogni ragionamento, il tempo sembra fermarsi. Nessuno può agire con la lucidità di chi giudica a posteriori. Giudicare dopo serve soprattutto a difenderci dall’angoscia, a illuderci che, conoscendo cosa non andava, avremmo potuto proteggere chi non aveva strumenti per difendersi. Forse, in questi casi, servirebbe più silenzio e rispetto per le vittime, insieme a una riflessione seria sulle responsabilità collettive.
Un altro aspetto, meno spesso sottolineato, riguarda l’impatto culturale dei commenti colpevolizzanti. Indicare i ragazzi come “irresponsabili” rischia di trasformare la naturale vitalità adolescenziale in colpa, alimentando un clima in cui l’esperienza dei giovani viene sempre filtrata dal giudizio degli adulti, anziché dal supporto e dalla protezione che la società dovrebbe offrire. La tragedia di Crans-Montana non riguarda solo la violenza di un evento imprevedibile: riguarda la fragilità della giovinezza, la necessità di spazi sicuri, il compito degli adulti di creare condizioni che riducano i rischi senza colpevolizzare chi non ha responsabilità.
Morire a 16 anni è qualcosa che sfugge a ogni senso: lascia un vuoto che nessuna parola può colmare e ci ricorda quanto fragile e imprevedibile sia la vita. La memoria di questi ragazzi non può essere ridotta a una lezione morale retroattiva: deve servire a rafforzare la cultura della sicurezza, a ripensare la tutela dei più giovani e a coltivare un rispetto profondo per la loro esperienza, senza trasformare il dolore in giudizio.
*psicoanalista lacaniana
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