Spett.le Redazione,
Leggere certe riflessioni della signora Dottoressa Giovanna Tonioli mi ha spinto a fare alcune precisazioni, tanto più necessarie in un contesto pubblico dove la chiarezza dovrebbe essere la regola e non l’eccezione.
Innanzitutto, molte delle affermazioni fatte non sono fatti, ma interpretazioni personali che rischiano di confondere i lettori.
Affermare che un’assenza in aula “alimenta l’idea di gerarchia” o che una “mancanza di dibattito” sia dovuta a disinteresse è legittimo come opinione, ma non può essere presentato come una realtà oggettiva. In un contesto democratico, la responsabilità della comunicazione impone che i fatti vengano distinti dalle valutazioni soggettive. Si possono constatare delle uscite dall’aula, sì, ma attribuire a queste un significato simbolico universale è un salto logico che non ha alcun fondamento scientifico.
Lo stesso vale per il linguaggio non verbale. Il contatto visivo, il tono di voce, le espressioni facciali non sono indicatori univoci di sincerità o malizia. Affermare che un silenzio sia “punitivo” o che uno sguardo “provocatoriamente fisso” indichi disprezzo non solo è una lettura parziale, ma anche una forma di psicologia da osservatore esterno, spesso errata, che pretende di attribuire a un gesto il significato più conveniente alla propria narrazione.
Questa è la trappola delle generalizzazioni: partire da un episodio specifico e trasformarlo in un modello di comportamento sistematico. È un’operazione che non può essere sostenuta senza un serio riscontro, eppure viene spesso utilizzata per costruire un’immagine distorta della realtà politica. Il tono sarcastico o le pause in un dibattito possono essere interpretati come arroganza o superficialità, ma questo non implica che siano sempre tali.
Lo stesso vale per l’accusa di manipolazione: parlare di “manipolazione” in relazione alla presentazione di dati, senza fornire un’analisi oggettiva e senza portare prove, non è un argomento fondato. Si tratta di un giudizio affrettato, che confonde la posizione di chi non la pensa allo stesso modo con una presunta malafede.
Infine, c’è l’aspetto più insidioso: l’equivalenza tra opinione e fatto. La lettura di un intervento in aula, le intenzioni degli interlocutori, la sincerità dei partecipanti sono tutte questioni che sfuggono a qualsiasi oggettivazione universale. Chi scrive dovrebbe sforzarsi di riconoscere questa distinzione fondamentale. La politica, come la comunicazione, dovrebbe essere costruita su argomentazioni chiare e misurabili, non su pregiudizi o su interpretazioni del tutto discutibili.
In conclusione, se si vuole davvero costruire un dialogo democratico, è fondamentale non solo rispettare le opinioni altrui, ma anche applicare un principio di rigore e onestà intellettuale. I fatti sono importanti, le interpretazioni legittime, ma non si può permettere che vengano confusi.
Cordialità
Francesco Rendine
Capogruppo della lista civica Alan Fabbri Sindaco