Lettere al Direttore
20 Dicembre 2025

Alan Fabbri e la sindrome del ”farmaco equivalente”

di Redazione | 2 min

Carissimo Signor Sindaco  Fabbri,

Vendere aziende comunali in un momento in cui la narrazione della “città che brilla” si scontra con la realtà di un bilancio che sembra aver fame di cassa. C’è qualcosa che non sappiamo?Negli ultimi sei mesi, ai ferraresi è stato servito un menù fiscale senza precedenti. Abbiamo visto lievitare la TARI, abbiamo visto la Tassa di Soggiorno toccare i massimi (con tanto di calcolo sul giorno extra), abbiamo assistito a ritocchi diffusi sui servizi comunali.

La domanda allora sorge spontanea: se i conti sono in ordine, perché si corre a vendere? Perché questa fretta di dismettere presidi sociali come le Farmacie (AFM) o settori delicatissimi come i Servizi Cimiteriali (Amsefc)?

La storia politica di questa città ha una memoria lunga. Ricordo bene le stagioni in cui, dai banchi dell’opposizione, si alzavano barricate contro operazioni analoghe. In quell’aula, figure come Alberto Balboni, Giampaolo Zardi, Enrico Brandani e i rappresentanti di Forza Italia come Masotti, Saini, Pierpaoli e Perazzolo, hanno lottato duramente denunciando quella che definivano la svendita dei “gioielli di famiglia”, mietevano consensi nel difendere quelli che il Sen. Balboni aveva coniato come ”gioielli di famiglia”.

Allora, la linea era una e chiarissima: il Comune non deve abdicare al ruolo di garante, non deve cedere il controllo su tariffe, investimenti e tutela dei lavoratori per mere esigenze di bilancio. Ferrara non doveva diventare una “periferia” di grandi colossi privati o bolognesi.

Oggi, però, assistiamo a una metamorfosi sorprendente. Quella che vent’anni fa veniva definita “svendita”, oggi viene chiamata “responsabilità”. Quello che era “patrimonio dei ferraresi”, oggi è diventato un “asset da dismettere”.

Sentivate la mancanza del centro-sinistra che vendeva le reti gas? Tranquilli, è arrivato il “farmaco equivalente”: stessa strategia, stessi effetti, ma con un’etichetta diversa. Il caso Amsefc è l’esempio più lampante. Vendere la gestione dei servizi cimiteriali significa consegnare al mercato del profitto il momento di massima fragilità del cittadino: il lutto.

Un privato, per natura, deve generare utili. E se deve farlo sui funerali, chi garantirà che i prezzi, già altissimi,  non decollino ulteriormente? Non bastano i “funerali sociali” promessi a valle; il punto è la perdita della cabina di regia a monte.

Non è una questione ideologica, è una questione di coerenza. Non si può gridare al “saccheggio del territorio” quando si è all’opposizione e poi, una volta al governo, agire come liquidatori del patrimonio pubblico. Chiedo  pubblicamente il ritiro della delibera  che  mette  in vendita i ”gioielli di famiglia”  perché  una Giunta ha il compito di amministrare  i beni pubblici e di conservarli nell’interesse generale di tutti i cittadini.

Roberto Baldisserotto 

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