Cronaca
11 Ottobre 2025
I firmatari: "Basta essere chiamati in causa come cittadini indifferenti e invisibili". La replica di Dalai: "Tutto sbagliato, falso, meschino"

Una lettera di residenti di via Ippodromo getta altro fango sulla memoria di Aldro

di Redazione | 4 min

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Anche a distanza di vent’anni, l’uccisione di Federico Aldrovandi da parte di quattro agenti della polizia di Stato continua a dividere e a far discutere. È l’amara conclusione a cui si arriva leggendo la lettera che un fantomatico gruppo di famiglie di via Bologna e via Ippodromo – così si firmano – hanno inviato allo scrittore Michele Dalai, autore del libro “Aldro. Storia di un orrore perbene”, da poco uscito per la Compagnia Editoriale Aliberti e presentato a Ferrara durante le celebrazioni per il ventennale dell’omicidio del giovane ferrarese.

Una lettera in cui queste famiglie – non è specificato quante e quali – criticano il contenuto dell’opera e lo stesso Dalai, che – nel libro – ricostruisce i vari aspetti della vicenda, tra cui l’omertà di chi quella notte avrebbe visto e sentito quanto accaduto, senza però mai denunciarlo. “Vorremmo sapere – scrivono – dove si è documentato per aver scritto cose assurde e falsità nei nostri riguardi, sicuramente tramite la famiglia Aldrovandi o tramite internet, dato che riporta notizie false che hanno profondamente offeso gli abitanti di queste zone”.

“Siamo stati descritti – aggiungono – come persone che in quel frangente hanno fatto finta di nulla, di non avere visto o sentito ciò che accadde quel giorno, mentre siamo stati noi a chiamare la polizia, esasperati dagli schiamazzi di quel ragazzo che da ore disturbava la quiete pubblica con urla, comportamenti alterati, completamente fuori controllo, in giro a quegli orari a soli 18 anni, conosciuto e controllato dalle forze dell’ordine, a causa dei suoi comportamenti da ragazzo disadattato. Uno dei più facinorosi ultras della Spal”.

Chi scrive però ci tiene a fare una precisazione: “Sia ben chiaro che nessuno di noi, nel modo più assoluto, giustifica ciò che è successo, però vorremmo che la storia venisse raccontata nel modo giusto, perché il torto e la ragione non stanno mai dalla stessa parte. È giusto che quegli agenti siano stati puniti e abbiano pagato con il carcere e con la loro carriera rovinata, a causa del loro comportamento. Noi però siamo stanchi di tutto questo clamore perché si sta esagerando, è diventato un argomento che salta fuori in qualsiasi occasione”.

E ancora: “Viene dipinto come un martire, gli viene continuamente intestato di tutto e addirittura citato come esempio delle nuove generazioni. Non ci sembra proprio il caso. Quelli a cui assomigliare sono ben altri giovani”. Poi, parlando ai genitori Lino e Patrizia, chiedono: “Dov’erano in quei momenti? Non pensano di avere sbagliato qualcosa con quel figlio morto di botte?”. “A questo punto – dicono – sarebbe ora di dire basta, di fare scendere un velo pietoso su una storia che probabilmente avrebbe potuto avere un finale diverso”.

“Basta essere chiamati in causa come cittadini indifferenti e invisibili e messi in un angolo quando diciamo le cose come stanno” si legge nelle battute finali della missiva scritta a mano.

Non si è fatta attendere la replica di Michele Dalai che, dopo aver postato la lettera sulla propria pagina Facebook, ha commentato il contenuto del manoscritto, senza essere più di tanto sorpreso da quanto accaduto: “Era solo questione di tempo, doveva succedere. Tre pagine dense, scritte a mano, piene di tutto quel rancore e benaltrismo che a 20 anni di distanza fanno male, feriscono come le botte e le manganellate. Il registro è passivo aggressivo, la ricostruzione è piena di bugie, imprecisioni, violenza verbale e cattiveria”.

“Io – prosegue lo scrittore, ripercorrendo le ‘accuse’ che gli vengono mosse – mi sarei informato solo su Internet o dalla famiglia Aldrovandi, l’editore avrebbe accettato la mia ricostruzione con superficialità. Aldro, secondo questi signori, sarebbe stato una specie di mostro, delinquente comune, ‘disadattato’, violento. Un ultras della Spal. Solo che ad Aldro il calcio piaceva il giusto e non amava andare allo stadio, per dirne una, la più facile. Dice che hanno chiamato la Polizia perché ‘da ore’ Aldro disturbava la quiete con schiamazzi”.

Federico però “era appena tornato a Ferrara, da nemmeno mezz’ora” ricorda Dalai. “Tutto sbagliato, falso, meschino. Solo che io ho scritto sentendo testimonianze dirette e leggendo gli atti. Solo che questa lettera oscena la scrive uno di quelli che hanno taciuto per vent’anni di fronte al massacro di un ragazzo. Solo che quando scrive che Aldro non meritava quello che è successo però… Ecco, quel però definisce questo scrupoloso cittadino più del fiume di parole livorose messe insieme alla meno peggio nella lettera. Perché se questa storia fa schifo è anche perché ha protagonisti del genere” chiude con l’amaro in bocca lo scrittore.

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