Lettere al Direttore
25 Settembre 2025

“Federico mi ha insegnato a battere i pugni sul tavolo”

di Redazione | 3 min

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Quando nel 2006 aprì per la prima volta il blog di Federico Aldrovandi aperto da Patrizia e Lino pensai fosse una storia falsa: poche settimane prima era state denunciate parecchie persone che sempre su Kataweb postavano foto di una (ignara) ragazza che si sarebbe sempre più “discinta” a seguito di posts con commenti. Le foto erano rubate. Pensai fosse una emerita bufala.
Non so ancora bene cosa mi passasse per la testa nei mesi seguenti all’apertura del blog e i motivi per cui “mi ci misi di punta”.
So bene, però, che ero culturalmente lontanissimo da un certo mondo “anti Stato” o “anti Sistema”: avevo, forse, i miei sani pregiudizi.
Probabilmente fu un mix di testardaggine, “vocazione al martirio” ma ancor di più vocazione innata a rompere i ma….ni e una piccola dose di esibizionismo
Ma so ancor con più certezza che l’idea del Questore e del Procuratore di mandarmi in ufficio la Digos (2 da Ferrara, 2 da Roma, 1 da Bologna) quel 10 agosto 2006 fu una pessima idea.
La presi “molto a male” e come mio costume ne feci una questione personale.
Quel che accadde dopo, lo sappiamo, fu anche per me e per tanti di noi, un vero film: uno lo viveva la famiglia di Federico, altri ne hanno realizzati di veri e il nostro, che “non è mai andato in onda” ma che pure ha visto gesti di una delicatezza e bellezza unici: il pozzo di Federico in Africa, le spille di Federico, le T-Shirts di Federico, le tante bellissime persone che si ritrovarono assieme attorno a Federico; “persone con un cuore e con un’anima”: così ci definiva Lino. Maddalena, Susi, Elio, Silvia, Marcello, Giorgio, Rolando, Alfredo, Maria, Maria Grazia…
Cosa ne ho tratto da questa vicenda?
Posto che faccio parte della Comunità di Sant’Egidio sin dal 1975 e che quindi “fermarsi sul prossimo” è questione obbligatoria, è indubbio che la vicenda di Federico ha aggiunto una parte importante a quelli che io chiamo i “carismi” della mia vita: Federico ha plasmato ed aggiunto alla mia vita quella “forza d’animo” di cui Martin Luther King parlava.
Una forza inaspettata e dirompente che tanti mi riconoscono e che io sinceramente devo a Federico Aldrovandi.
Quando qualche amico ha dei problemi per tutelare i diritti di qualcun altro, si rivolge a me.
Mauro, infatti, non chiede mai “per favore” e men cha mai clientelismo: Federico mi ha insegnato che davanti allo Stato, quello a volte “cattivo”, occorre tenere la testa alta, la schiena diritta ed ottenere soddisfacimento dei propri diritti inalienabili: quello alla Giustizia è tra questi.
Federico mi ha insegnato a battere i pugni sul tavolo quando ce ne è bisogno ed è il momento per difendere un senza diritti.
A Lino, a Patrizia, a Stefano, che ho conosciuto, rivolgo il mio grazie per questi 20 anni conquistati al caro prezzo della vita di Federico.
A Federico, che non ho mai conosciuto, rivolgo l’appellativo affettuoso con in quale il fu Giorgio Antonaci lo salutava: “ciao ricciolone… salutaci i nostri cari…”
Mauro Corradini, Roma
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